Meritati applausi per La Compagnia Stabile al Teatro Osoppo con La cena dei cretini
Francesca Diodati - 24.10.2008
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Il 17/18/19 ottobre, presso il teatro Osoppo, promossa da Felix Company, è andata in scena La Cena dei Cretini, commedia comica di Francis Veber, interpretata dal "La Compagnia Stabile – Teatro Rina e Gilberto Govi" di Genova.
La Felix Company è un associazione culturale che promuove spettacoli musicali che vanno dalla lirica, il suo principale repertorio, ai recital, la danza e potremmo oggi dire tutto quello che intriga le menti e i cuori di conoscenza e di emozione. Vivere le esperienze dell'arte e diffonderle è stata la scommessa di Felice Latronico quando nel 1996 ha fondato la compagnia, e se fino al 2006 l'orgoglio si fermava alla nuova diffusione dei musical, oggi anche il teatro in prosa trova il suo promettente spazio; non è La Scala, ma sono i teatri come quello di Via Osoppo ad ospitare gentili inizi di artisti promettenti, indubbiamente promesse affermate con voce forte e chiara.
Adriano Delucchi, interpreta il ruolo di Pierluigi Boccardi, il ricco editore che con alcuni suoi amici, ogni mercoledì si diletta ad organizzare una cena in cui ognuno porta con se il miglior cretino che è riuscito ad incontrare. I compagni della boriosa adunata trovano la cosa divertente, serve a festeggiare e celebrare la loro indubbia intelligenza. Si tratta in realtà di una gara in cui alla fine della serata verrà premiato colui che ha portato il più cretino degli ignari ospiti. Ma come in tutti i giochetti di dubbio gusto, la sorte d'un tratto ci mette lo zampino, anche perché il sig. Boccardi ha una moglie, rubata al suo migliore amico, nonché una bella amante. Situazione pericolosa quando un mercoledì sera si trova in casa solo con il colpo della strega e l'ospite cretino che avrebbe dovuto portare alla cena a cui purtroppo non riesce ad andare. E' così che ha inizio un inarrestabile domino di accidenti ed incidenti di cui lo spavaldo editore resta vittima e in cui il pubblico trova ilarità e ironia.
La commedia è stata rivisitata ed ambientata in Italia rispetto all'originale, un film del 1998 di Francis Veber, sebbene anche lo stesso regista l'avesse tratto da una commedia, prodotta da lui stesso per il teatro ed andata in scena per tre anni.
La compagnia Stabile del teatro Rina e Gilberto Govi, di Genova debutta con maestria. La risata di Michele De Vincenzi, il cretino, è stata un irresistibile solletico al riso dello spettatore e difatti la sala del teatro Osoppo non ha saputo trattenersi, Adriano Lucchini ha l'arte del recitare di chi è capace di ricreare persino il mondo che sulla scena non c'è; Giorgio Canepa ci regala un pittoresco ritratto di Luciano Cavallo, l'ispettore fiscale e Marlene Sasseur, l'amante ninfomane, dilaga indubbiamente sul palco con la sua mimica dai contorni netti e dai colori accesi, mentre la raffinata grazia di Cristina Guazzini, moglie di Boccardi, compensa egregiamente la carenza di lussuosa "snobberai" che è necessaria per comprendere l'agiatezza di vita e lo stile del protagonista.
La regia di Antonio Biggio ha creato uno spettacolo armonioso e scorrevole, leale e frizzante che ha sciolto subito le tensioni del pubblico e lo ha sedotto per un corposo applauso finale, se fosse stata un opera avremmo chiesto il bis.
La Compagnia Stabile del Teatro Govi è da tenere sicuramente d'occhio per le prossime rappresentazioni, se poi ci si trovasse a Genova, varrebbe la pena controllare con cosa vanno in scena.

 

DR.JECKILL E MR.HYDE
Milano, Teatro Ariberto: l’attivissima Felix company presenta la sua versione di Dottor Jeckill e Mr.Hyde. Scelta registica obbligata: protagonista unico, disgiunto nel doppio ruolo, secondo una lettura che gli attribiusca disturbi da personalità bipolare o doppio protagonista? La seconda va in scena all’Ariberto, con Giacomo Agosti come Jeckill e un giovane esagitato come Hyde, oggetto di desiderio e quindi rappresentazione narcisistica del primo. Agosti regge fino in fondo il gioco, esibendo la sua ormai conquistata maturità attoriale. Lo spettacolo merita di crescere con un radicale imbullonamento della struttura generale e qualche invenzione che contestualizzi l’evento, avvicinandolo alla sensibilità contemporanea. Ricordiamo, per inciso, una geniale versione televisiva nell’era ormai remota del b/n di Giorgio Albertazzi. E notiamo nel gruppo l’interpretazione generosa di Tina Fasano, le cui caratteristiche fiscio-interpretative insolite attendono ancora un adeguato sfruttamento.

 
ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS
La Felix Company di Latronico è una compagnia pilotata con coraggioso, contagioso entusiasmo che produce instant plays come questo, messo su in un paio di settimane per la regia di Frigerio. Ed è un allestimento accurato, che parte molto bene nella presentazione dei caratteri, per arendersi poi, strada (ferrata) facendo alla staticità verbale e verbosa del celebre plot. Protagonista (e adattatore) dello spettacolo in scena al Teatro delle Erbe fino all’8 maggio è il giovanissimo Angelo Attèndoli, generoso baby Poirot. Intorno a lui, un gruppo di attori impeccabili, ineccepibili. Ma sacrificati negli scarni stereotipi dei ruoli. Colonne portanti della compagnia, Giacomo Agosti, che cerca di dare una dimensione malinconica, addirittura drammatica, in sottotesto, al suo mesto personaggio, Tina Fasano, autorevole principessa, Riccardo Mazzarella, Gigi Torinese e lo stesso regista. Una compagnia che ha ormai la forza e l’ esperienza per dedicarsi a più attuali, aggiornate imprese.
 
IL CROISSANT DI MARIA ANTONIETTA
- Maestà, il popolo non ha pane
- Perché non mangiano brioches?

Aneddoto noto fino alla noia. E traduzione approssimativa: meglio si direbbe Perché non mangiano croissants? La Regina Martire, in processo di beatificazione, viene citata, insieme alla rivoluzione francese, anche da Giacomo Agosti, che festeggia a modo e da par suo il 14 luglio al Teatro della Memoria di Milano. Autore-attore di valida, solida, motivata eccentricità, titola “Un po’ di Poe” il suo spettacolo. Che inizia come teatro di narrazione: Giacomo ci racconta, teatralmente, “Casa Usher” e “Il gatto nero”. Rendendone l’inquietudine con tutte le tonalità del noir. E anticipando, nelle interpolazioni al buio, le dirompenti valenze finali di un “Il pozzo e il pendolo” freudian-marxiano, ove per Marx s’intendano sia Karl che Groucho. Un Poe un po’ pogato sull’audience. Ne risulta un theatre of the week che è anche scandal of the week. Scandalo annunciato da una “prima” con il protagonista nudo a ridosso del pubblico; parzialmente rivestito nella replica a cui assistiamo, non placa una polemica che esplode nel dopoteatro. Per una volta, uscendo da uno spettacolo, si parla dello spettacolo prima e durante la successiva cena. Crudo quanto il nostro sushi è questo Poe restituito alla disperata violenza di sottotesto del Magnifico Alcoolista, spesso ridotto a pretesto di B-movies. O a babau innocente per piccoli studenti d’inglese. Reduce da una collaborazione di scenografia ad una messa in scena operistica in Brasile, Giacomo riporta a casa ombre del voodoo e della santeria, colorate degli eccessi del candonblè. E se le porta in scena. In impeccabile mood zapatero. Mentre altre non sublimi né sublimate ombre distribuiscono strazio di morte inaccettabile a Londra…
Produce la sempre più vivace Felix company di Latronico.

 
L’ESORCICCIO
Milano, teatro delle Erbe. Ci si va con la curiosità di vedere come ha fatto Gianluca Frigerio a trasporre per la scena “L’esorcista”. Si esce con la convinzione che un remake teatrale di quel film possa solo enfatizzare il trash, partendo dal geniale procedimento di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia e dal loro indimenticabile “L’esorciccio”, oppure seguire la traccia semantica della Raffaello Sanzio. La Felix company che produce si trova a disporre di un cast che può percorrere l’una o l’altra strada, ma la direzione, più vicino all’Esorciccio, ma piuttosto inconsapevolmente, di strade ne imbocca molte, troppe e sono quasi tutte cul de sac. Camilla Fabrizzioli, la posseduta, possiede doti tecniche e istintive notevoli ed eccentriche: una Christina Ricci del palcoscenico. Ma l’eterogeneità del gruppo non diventa mai segno, rimane casualità: c’è la squadra, ma non c’è schema di gioco e anche se si segna in contropiede, con le fughe in avanti di Camilla, le invenzioni del gesuita di Marzotto, i takles in scivolata di Agosti, la difesa fa acqua da tutte le parti, la bosniaca Dobnik fa da sé e non sempre per tre, Tina Fasano pare spaesata, Gigi Torinese è fuori ruolo e quando entra in campo il mister, è troppo tardi per la rimonta. Si può fare teatro con un cerchio di sabbia (Peter Brook), non si può far successo portando in scena un encefalogramma ricavato da una scatola da scarpe con ventose di gomma! Peccato continuare a contare occasioni perdute…

Fonte: http://mercuzio.leonardo.it/blog

LA CANTATRICE CALVA
Al principio fu un fiasco. E del resto, cosa si poteva aspettare nel 1950 da un testo nato due anni prima, su ispirazione di un manuale d'inglese e con un titolo dovuto a un lapsus di un attore durante le prove? Sei anni dopo, La Cantatrice Chauve fu ripresa e divenne il capolavoro per eccellenza dell'esule rumeno naturalizzato francese, che con Beckett creò i pilastri del Teatro dell'Assurdo.
Ed è infatti un assurdo in scena con dialoghi ispirati al nulla, il lavoro che la compagnia Doppio Sogno, con grande professionalità, ha rappresentato e continua a rappresentare nei diversi teatri milanesi.
La scenografia è spartana come da copione, ottimi gli effetti sonori.
Gli attori sono tutti bravi; in particolare, sono da segnalare Marzia Fusetti e Manuela Tadini rispettivamente nei panni di Mrs. Smith e Mrs. Martin, e Grazia Togni in quelli della cameriera Mary che, nonostante nel monologo iniziale appaia come personaggio troppo 'recitato', nella declamazione della poesia a metà spettacolo raggiunge livelli di pathos elevatissimi.
Del resto, se l'assurdità del testo sviluppa situazioni comico-grottesche com?era nelle intenzioni dell?autore, è anche vero che può trascinare lo spettatore ad esplorare scale paradossali dell?inconscio come in un quadro di Escher.
Un'autentica ironia da brivido. (***)

(Claudio Elli )

 
SARTO PER SIGNORA
Anche se meno celebrato de La dame de chez Maxim, Tailleur pour dame è il vaudeville in tre atti che portò al successo nel 1887 il giovane Georges Feydeau, fino a quel momento dedito a monologhi dal sapore adolescenziale e successivamente a brevi pièce interpretate da lui stesso.
Tipica commedia "borghese" di fine Ottocento, basata sull'intreccio e l'equivoco nella cornice dei tradimenti coniugali della buona società parigina, viene qui rappresentata da Riccardo Mazzarella nel pieno rispetto del testo e dei movimenti voluti dall'autore.
Un po' troppo recitata all'inizio, l'interpretazione del personaggio di Moulineaux da parte di Gianluca Frigerio comincia ad animarsi a partire dalla II scena, per "impadronirsi" con naturalezza del palco durante l'evolversi dello spettacolo. Bravo Gigi Torinese nel definire il carattere di Aubin, soprattutto negli sguardi, mentre risulta essere un po' troppo giovane Angelo Attèndoli nella parte del maggiordomo Stefano anche se riesce comunque a reggere tecnicamente il ruolo.
Assolutamente straordinario Alessandro Testa nella parte di Bassinet, personaggio "chiave" ed esprit comico della commedia. La caratterizzazione della voce è esilarante, i suoi movimenti ed espressioni fanno addirittura pensare ad una certa mimica facciale del teatro e cinema francese del Novecento - Marcel Marceau e Fernandel, ad esempio - e pur non essendo il protagonista è di certo il "soggetto" teatrale che più spicca all'interno del gruppo. Un unico neo nella sua performance: appunto perché interprete eccezionale, alcuni "fuori parte" che possono anche mettere in imbarazzo altri partner sulla scena, e che naturalmente esulano da testo e dalla regia, risultano essere di dubbio gusto ed andrebbero quindi evitati. Bassinet è in sé un personaggio che piace al pubblico e a creare situazioni divertenti, almeno all'interno di questa commedia, ci ha già pensato Feydeau.
Dal punto di vista femminile, spiccano Angela Ciliberti nella parte di Yvonne, moglie di Moulineaux, e soprattutto Silvia Sala - la madre madame Aigreville - già esperta "caratterista" nonostante la ancor giovane età, e memorabile interprete di una simpatica vecchia zia nell'edizione di Arsenico e vecchi merletti di qualche anno fa diretta sempre da Mazzarella.
Il ritmo, a parte un lieve calo nella scena della sartoria a metà del II atto, è buono. Lo spettacolo, che può essere migliorato, è comunque piacevole e divertente nel suo insieme.

Rigoletto

Melodramma in tre atti di F.M. Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Regia di Pierluigi Cassano
Rigoletto: trait d'union tra opera lirica e pop

Ebbene sì, perché tra i capolavori verdiani “Il Rigoletto”, opera che, in ordine cronologico apre il cosiddetto “trittico popolare” seguito da “La Traviata” ed “Il Trovatore”, è sicuramente il prodotto più “pop” del compositore.

Opera lirica in tre atti, con pochissimo recitato, quasi un “concept album” di due ore nel quale “La donna è mobile” è solo una delle tante melodie largamente conosciute (ed infatti erano in molti, troppi, ad accennarla!!!), di certo mi sento di consigliarne l’ascolto e la visione a chi, da profano, volesse avvicinarsi al genere.

Il melodramma prende corpo nella cinquecentesca corte mantovana dei Gonzaga dove il deforme Rigoletto, giullare a servizio del Duca, diverte i cortigiani con mezzi altamente derisori.

Ed è proprio a seguito di una delle sue caustiche beffe a carico del Conte di Monterone, la cui figlia è stata sedotta dal Duca, che diventa vittima della di lui maledizione.

Da qui una serie di vicende si dipaneranno attorno al baritono-Rigoletto ed a sua figlia,Gilda, scambiata per amante dai cortigiani prima e rapita dagli stessi per goliardico divertimento poi, fino ad arrivare al tragico finale in cui, sulle nere rive del Mincio, la giovane sacrificherà la propria vita per salvare quella del Duca che, avendola precedentemente sedotta, era stato oggetto di un attentato da parte del Rigoletto.

Molto buona è l’interpretazione del soprano che, con i suoi cristallini “acuti di testa”, incarna perfettamente i sentimenti puri, gli ideali, le passioni più accattivanti dell’ingenua Gilda.

Meno convincente appare, al contrario, l’afono Duca di Mantova, tenore che, a causa di un’improvvisa raucedine, viene scambiato per baritono.

E così, in uno spazio scenico ristretto qual è il “Teatro delle Erbe”, domenica pomeriggio sono stati condivisi i sentimenti più contrastanti: gelosia, dolore, amore, attrazione, rabbia, spensieratezza, desiderio di vendetta.

Il tutto sapientemente concertato dall’impeccabile Orchestra da Camera “Giorgio Strehler” che, citando Rossini, “in questa musica ci ha fatto riconoscere il luminoso genio di Verdi”.

Elena Battaglia


Vorrei esprimere un parere personale sulla Turandot di Domenica, o meglio, su quel "pasticciaccio" della Turandot, scostandomi però dai giudizi così scandalizzati e catastrofici già espressi in questo news group. Premetto che in genere trovo molto positive le edizioni delle opere, anche in forma ridotta, in sale diverse dai teatri d'opera convenzionali, anche se con l' accompagnamento del pianoforte. Così come trovo positivo che vi siano cori "alla buona", fatti di persone che per l' amore della musica si trovano magari la sera, dopo una giornata di lavoro, a provare, ovviamente con risultati nettamente inferiori ai cori professionali.

E' un pò come per il teatro. Immaginate se in una città come Milano vi fosse un' unico teatro a fare attività teatrale, per esempio il Piccolo, e basta! Che poi è esattamene quello che succede alla Scala. Un unico cartellone lirico "di regime" con lavori, artisti ed opere scelte da una stretta cerchia di persone che spesso obbediscono a canoni e regole che non sono certo quelle dell' amore per la lirica.
Questo sistema fa man bassa di un giro di miliardi, offerti anche dallo Stato e praticamente non rende possibile un' alternativa operistica, detenendo l' assoluto monopolio nel settore. Certo che se Muti per fare il direttore musicale prende un miliardo all' anno più 30 milioni a sera. più tutte le trasferte e i concerti della filarmonica, più le percentuali sulle incisioni, cosa può restare per gli altri? A Milano. per esempio, a parte la recente apertura del Piccolo, oltre alla Scala per ascoltare "altro" di lirica bisogna andare al Rosetum (che è un oratorio parrocchiale!) o dalla "Felix Company", o alle premiazioni dei concorsi di canto. Non c'è, come in tutte le principali città europee un teatro lirico alternativo alla "casa madre", cosa che ritengo gravissima sotto ogni profilo. Non dimentichiamo poi che queste esperienze dovrebbero, e purtroppo lo fanno solo in pochi casi, lanciare nuove voci o comunque dare la possibilità di cimentarsi e farsi esperienza in un ambito meno impegnativo.
Detto questo, aggiungo che non provo scandalo se la radio ufficiale italiana offre uno spazio a queste attività musicali "della domenica", manifestazioni organizzate con poco tempo e denaro e con chiari limiti. Si tratta semmai di una questione di buon gusto. E veniamo alla Turandot di domenica sotto l' organizzazione della trasmissione la Barcaccia. ll difetto principale che ho riscontrato in questa esecuzione è appunto una mancanza generale di buon gusto o meglio, una carrellata di cattivo gusto.

Devo però riconoscere due cose.
La prima è che questo cattivo gusto ha fatto parte e ne fa tuttora del teatro lirico, ne è insomma una componente storica e trova moltissimi sostenitori in merito. Lo stereotipo della "mano calcata" , del tenore "virile" e "tenorile" (come si definiva Kraus!), misurato sui decibel , ecc..
sono componenti che fanno parte di una tradizione lirica precisa e sostenuta da molti.
La seconda cosa è che in tal senso lo spettacolo della Barcaccia è stato molto coerente e chiaro nei suoi principi misicali che non sono, lo si deve riconoscere, infondati. Prova ne è il successo e la soddisfazione dei suoi seguaci. Insomma uno spettacolo che aveva poco di filologico ma rispecchiava con grande coerenza una mentalità operistica che oggi non viene più rappresentata, che può piacere o non piacere, ma che c'è, fa parte del mondo dell' opera e si deve dar merito alla trasmissione radiofonica di essere stati in grado di riproporla e di aver fatto felice la massa di ascoltatori a cui questa modalità esecutiva piace e che possono avere l' opportunità di sentirla anche per radio. Non condivido quindi il senso di scandalo di chi ha vivamente protestato per la trasmissione radiofonica dello spettacolo. Suozzo e Stinchelli sono stati coerenti con le loro idee, con il loro pubblico, con la loro linea culturale. Ripeto, può piacere e non piacere, ma c'è una coerenza di fondo. Che è anche la linea dell' umorismo, del sarcasmo, della dissacrazione tipica della loro trasmissione. Non potrei leggere in altro senso il canto dei tre consiglieri Ping, Pong, Pang con la presenza di Stinchelli (che canta anche la parte di Altum).
Credo sia stato tutto risolto in chiave di gioco, di presa in giro, di divertimento con i propri ascoltatori. Non credo, o almeno lo spero, che Stinchelli possa prendersi seriamente come cantante.
Il coro ha fatto quello che poteva così come più che dignitoso è stato Antonio Pirozzi.

Buono il pianista Boemi che ha dovuto ovviamente sacrificare la maggior parte dell' opera concentrandola nelle pagine più popolari. Molto brava Michela Sburlati dalla voce limpida, educata, ben impostata, sicura negli acuti e nella tecnica. La protagonista, Katly Maccallan (si scriverà così?), è stata nel complesso appena sufficiente per una parte tra le più difficili della storia dell' opera. A parte qualche sguaiataggine, note calanti, acuti non appoggiati, è arrivata sino alla fine.Il che è già qualcosa per una Turandot. E' scivolata però solo sul bagnato, cioè sulle difficoltà della partitura (a dire il vero su tutte) ma nel complesso la linea vocale è abbastanza solida e credibile. Certo mi chiedo cosa ne verrebbe fuori se Suozzo e Stinchelli facessero il "microscopio" di questa esecuzione. Un discorso a parte lo merita Bonisolli.

Un artista discontinuo, legato a una concezione arcaica della voce del tenore, ad un gusto che generalmente si definisce, come dicevo all' inizio, "cattivo". Portamenti, corone mai scritte dal musicista, gigionate, declamazione stentorea... Questo per citare solo alcuni elementi di questo "gusto". Però non dimentichiamo che Bonisolli è artista dotato di una tecnica vocale sicurissima che gli ha consentito un' eclettismo musicale che ben pochi tenori possono vantare. Dal Guglielmo Tell e dalla Donna del Lago sino a Puccini, Bonisolli è sempre uscito bene (a parte qualche fischio) in parti difficili, ma molto difficili. Non mi sento quindi di tacciarlo come una voce di serie B o un disastro vocale. Chi scrive così forse ha la memoria un pò corta e non si ricorda certe interpretazioni di Bonisolli che ci ha dato la possibilità, grazie alla sua voce, di sentire parti tenorili in opere quando non c'erano ancora nè Pavarotti nè Blake o Merritt.

L' ho trovato anche più che dignitoso anche come Calaf in questa Turandot. Certo, gli anni si sentono, la voce comincia in qualche punto a ballare, lo stile è censurabile, al peggior Del Monaco. Però la tecnica solida si sente, la linea vocale è integra, gli acuti ci sono, ben piantati e ben tenuti. Dirò di più. Si dovrebbe ascoltare più attentamente questa voce, senza scandalizzarsi per il gusto "demodè". Ma dove lo troviamo oggi un Calaf così? A parte Heppner, chi ti canta questa parte? Forse Johansonn. Ma come? Non massacra la linea vocale con quel canto tutto di testa e gola che poco ha a che vedere con Puccini. Non parliamo di Alagna e Cura che già al Si bemolle la voce perde smalto, va indietro, affonda. Bonisolli ti fa pure il Do nella puntatura "ardente d'amor" (in modo plateale, con il pubblico che, altrettanto plateale, applaude...però lo fà). E questo ad una non più tenera età. Allora con la stessa solerzia con cui evidenziamo i difetti di Bonisolli, riconosciamone però i pregi. E credo che una voce come la sua alla fine abbia qualcosa da insegnare a tante gettonatissime ( e pagatissime) voci di cantanti che vengono oggi spacciati come "grandi". E in questo quelli della Bracaccia hanno ragione.

Marco Daverio
dave...@enter.it


TEATRO:" Cin Cì Là al S. Babila il pubblico apprezza l'operetta"
> Silvia Arosio il 19/09/2005

Successo al Teatro S.Babila per l’operetta Cin Ci Là, di Virgilio Ranzato e Carlo Lombardo, in scena dal 16 al 18 settembre. Lo spettacolo è stato proposto da La Felix Company, un'Associazione Culturale, nata nel 1996 per volontà del suo fondatore, Felice Latronico, da sempre grande appassionato e conoscitore raffinato di teatro e di spettacolo in tutte le sue forme.

L’operetta è stata caratterizzata da un susseguirsi di colori, luci, note e simpatia, accentuata dalla sciolta regia di un grande del teatro italiano, l’ex Gufo ed ex cantante d’operetta, Roberto Brivio, presente in sala. Un’operetta tradizionale, con 8 elementi di orchestra ed un coro, per un totale di 40 persone in scena. E’ raro, al giorno d’oggi, vedere in teatro un’orchestra dal vivo, sia per motivi logistici, sia per motivi prettamente economici.

Brivio ha attualizzato il testo inserendo gag assolutamente esilaranti e caratterizzazioni singolari. Ottimo lo svenevole ma non troppo Petit-gris di Luigi Monti, che ha strappato al pubblico più di una risata.

Se in questo periodo si registra una rinascita dell’operetta, è grazie anche al più alto livello degli artisti impegnati. Belle voci per tutti i principali protagonisti (Cristina Maria Chiaffoni come Cin Ci Là, Patrizia Negrini, Enrico Paolillo, Aldo Pintor e Gerardo Paganini) e splendidi le scene ed i costumi di Tornio Teatro Operetta e Maria Elena Petrali. Notevoli, per quanto riguarda i balletti (Operetta Ensemble), i passi a due. Il pubblico, trascinato, ha cantato ad una sola voce sul tema portante dell’operetta.

Da martedi 24 settembre a sabato 1 ottobre, invece, grande musica: FROM SPIRITUAL TO SWING, con la partecipazione di ANTONIO CIACCA (piano solo) e Bob SINGLETON and THE GOLDEN GOSPEL SINGERS. Lo spettacolo ripercorrerà lo stile del gospel a partire dagli spirituals fino ad arrivare allo swing. Si ripercorrerà così la vera musica africana, fino ad arrivare al gospel, la musica religiosa cristiana, quella che si sente nelle vive celebrazioni d’oltreoceano, quando, come ha detto Maramotti “Cantando ti fanno sentire che c’è Dio!”. E Bob Singleton ha promesso di farci saltare sulle sedie! I PREZZI: Euro 19.50 la balconata e 27 per la platea.

Per entrambi gli spettacoli, tariffe speciali per gli abbonati.
Vi ricordo che è ancora aperta la campagna abbonamenti per la stagione ufficiale. Per l’elenco degli spettacoli, riferitevi al sito del Teatro.

Uffici Teatro San Babila
Email. info@teatrosanbabila.it
Sito internet. www.teatrosanbabila.it


Cin-Ci-Là, o Cin-Ci-Là, mordi, rosicchia, divora...?,
ma purtroppo questo Cin-Ci-Là rosicchia, morde e divora ben poco!

Operetta in tre atti su libretto di Carlo Lombardo, la cui prima rappresentazione ebbe luogo a Milano nel 1925, Cin-Ci-Là è ora in scena al Teatro San Babila di Milano.

Siamo a Macao, favoloso paese dell?Estremo Oriente. La principessa Myosotis, figlia di Fon-Ki, re di Makao, sta per sposarsi, ma è triste dovendo abbandonare i sogni e i giochi della fanciullezza, durante la quale è stata curata dal fedele Blum.

Anche il principe Ciclamino, erede al trono di Corea, suo promesso sposo, è triste per gli stessi motivi e si dimostra scarsamente entusiasta e del matrimonio.
A Macao vige un?usanza che, dalla cerimonia del matrimonio di una principessa, sospende ogni divertimento e ogni lavoro, fintanto che il matrimonio stesso non viene consumato, evento che è annunciato dal suono di un carillon; e questa ?quaresima? è destinata a durare a lungo, perché entrambi gli sposini non sanno assolutamente nulla sull?amore.
In questi frangenti, giunge a Macao la bella Cin-Ci-Là, attrice cinematografica francese e contemporaneamente arriva anche Petit Gris, che ne è stato l?amante ed e tuttora innamorato cotto di lei, alla sua ricerca.
Il Mandarino di Macao Fon-Ky, decide di affidare i due giovani, così scarsamente entusiasti del matrimonio alle esperte cure di Cin-Ci-Là. La bella attrice prende a cuore la cosa e si dedica con particolare interesse alla emancipazione del principe Ciclamino.
Petit Gris viene colto da un furibondo attacco di gelosia e, per vendicarsi, rivolge le proprie attenzioni alla principessa Myosotis.
Ciclamino, che ha preso gusto alle ?lezioni?, si innamora di Cin-Ci-Là e la vuole sposare; ma l?attrice saggiamente gli spiega che lei non può e non vuole contrarre nessun legame duraturo. Del resto la principessa Myosotis è ora disposta a lasciare le sue bambole e i suoi sogni e a convolare a giuste nozze con Ciclamino. Cosa che regolarmente avviene, fra i festeggiamenti di tutta Macao.

In questa versione di Cin-Ci-Là, Gerardo Paganini, nel ruolo di Fon-Ki, risulta particolarmente frizzante: Paganini mostra tutta la sua esperienza e il suo mestiere, dando vita ad un personaggio molto ben disegnato, che catalizza gran parte dell?attenzione del pubblico.

Al suo fianco, nel ruolo di Blum, Aldo Pintor si dimostra altrettanto bravo: il personaggio risulta ben calibrato e duetta con Fon-Ky, per la gran parte del parlato dell?operetta, strappando frequenti risate ed applausi.

A completare la bontà del cast attoriale, Luigi Monti dà vita ad un Petit-gris volutamente macchiettistico, che passa con nonchalance dai frequenti svenimenti ai duetti musicali: eccellente, in particolare, la sua esibizione nel brano centrale, citato nell?apertura di questa recensione.

Purtroppo, però, commenti altrettanto positivi non si possono formulare per il resto del cast, e per la regia. I due giovani principi Myosotis, Patrizia Negrini, e Ciclamino, Enrico Paolillo, si dimostrano piuttosto acerbi, anche se mostrano di poter crescere sotto il profilo canoro. Cristina Maria Chiaffoni dà vita al personaggio centrale di Cin-Ci-Là, mostrando una voce interessante: purtroppo, le manca le physique du rôle.

Coreografie da dimenticare per l?assoluta banalità, che ci porta a sospendere il giudizio sui ballerini, probabilmente condizionati. Orchestra, troppo scolastica, e coro inadeguati al teatro ed al pubblico. .

Ricordando fra le cose positive le scenografie ed i costumi, non possiamo non chiudere con un giudizio critico per la regia, apparsa ai più (si potrebbe citare qualche frase del pubblico) approssimativa, se non inesistente.

Angelo Attèndoli


'CIN CI LA'

Il Teatro San Babila inaugura in anticipo la propria stagione, presentando al pubblico “Cin Ci La”, operetta in tre atti di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato, per la regia di Roberto Brivio.
Nell’esotica cornice di Macao, la giovane e timida principessa Myosotis sta per sposarsi ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non è felice di intraprendere la vita coniugale a scapito dei giochi e dei divertimenti giovanili. Anche il suo promesso sposo, il principe Ciclamino, prova il suo stesso disagio di fronte alle nuove responsabilità che lo attendono. Per di più, a Macao è consuetudine che durante il periodo di fidanzamento feste, divertimenti e anche le attività lavorative siano sospesi.
In questo periodo fa il suo arrivo la bella Cin Ci La, attrice cinematografica francese, insieme al suo accompagnatore ufficiale Petit Gris, perdutamente innamorato di lei.
Il Mandarino di Macao Fonky, padre della principessa Myosotis, decide di affidare i due giovani alle esperte cure dell’avvenente Cin Ci La, che prende a cuore la loro situazione.
In particolar modo l’attrice cura l’emancipazione del giovane Ciclamino, suscitando la furibonda gelosia di Petit Gris, il quale di conseguenza rivolge le proprie attenzioni alla principessina.
Ma accade l’irreparabile: Ciclamino finisce per innamorarsi di Cin Ci La e le chiede di sposarlo; ma l’attrice, restia ad ogni legame solido e duraturo, declina gentilmente la sua proposta, tanto più che ora Myosotis sembra disposta ad accettare il suo matrimonio.
Nell’atmosfera frizzante e gioiosa di Macao arriverà puntuale il lieto fine, come nella migliore tradizione dell’operetta.

Per il secondo anno consecutivo, il Teatro San Babila anticipa l’inizio della propria attività dopo la chiusura estiva, proponendo una pre – stagione decisamente interessante e assolutamente non secondaria rispetto agli altri spettacoli in cartellone.
Con “Cin Ci La”, fa il suo arrivo al San Babila l’operetta, a testimoniarne il grande periodo di rinascita.
Questo genere è stato generalmente considerato secondario rispetto al melodramma più classico, a causa del suo tono più leggero e spensierato e anche purtroppo per la presenza in certi casi di spettacoli di bassa levatura artistica.
A questo proposito i produttori e gli organizzatori tendono a sottolineare la grande qualità dell’intero cast di “Cin Ci La”, tra cui si distinguono in particolar modo il regista Roberto Brivio, il quale può vantare una ventennale esperienza in questo campo e il giovane direttore d’orchestra Vito Lo Re, proveniente dal teatro d’opera.
Della sua esperienza al San Babila Lo Re dichiara: “L’operetta è sempre stata purtroppo considerata la ‘sorella povera’ dell’opera, tuttavia stiamo assistendo ad una sua grande rinascita, per il suo carattere vitale e frizzante e per le sue peculiarità, come l’alternanza tra dialoghi e musica, che ne fanno un vero e proprio musical ante litteram. Proprio per questo motivo ritengo che l’operetta sia un genere estremamente attuale, nonché un possibile veicolo per avvicinare un pubblico più numeroso al teatro”.
“Cin Ci La” si presenta come uno spettacolo fresco e vivace, ricco di situazioni esilaranti e ben congegnata sul piano tecnico e artistico, da non perdere.

Con Cristina Maria Chiaffoni, Luigi Monti, Patrizia Negrini, Enrico Paolillo, Gerardo Paganini, Aldo Pintor.


APPUNTAMENTO A TEATRO PER LA TRAVIATA

VIGHIZZOLO DI CANTU' - «La Traviata», una cortigiana di nome Violetta Valèry innamorata di Alfredo Germont: una storia d’amore distrutta dall’inganno, un melodramma sulle note di Giuseppe Verdi interpretato da tre artisti italiani, Leopoldo Lo Sciuto, 39 anni di origini siciliane, Maria De Lourdes Martins, 37 anni, di origini portoghesi ma cresciuta in Italia e Paolo Lovera, 45 anni, piemontese. Una vera e propria ricetta all’italiana diretta dal Maestro concertatore e direttore d’Orchestra Pierangelo Gelmini, una delle personalità musicali più importanti di Cantù.
L’opera verrà presentata venerdì 28 ottobre al «Teatro Fumagalli» di Vighizzolo di Cantù, il secondo più bello della zona dopo il Sociale di Como: «L’idea è proporre un’intera stagione per realizzare alcune delle opere italiane più importanti quali «Tosca» e «Boheme» di Puccini, «Il Trovatore» di Verdi, «Elisir d’Amore» di Donizetti ed infine, in onore dei 250 anni trascorsi dalla morte di Mozart, «Don Giovanni - spiega Lo Sciuto, interprete di Alfredo Germont nel melodramma - Io mi sono preoccupato della selezione degli artisti mentre la «Felix Company» di Milano si è occupata dell’allestimento che comprende la scelta dell’orchestra, dei costumi e delle sceneggiature. Voglio ringraziare l’assessore Antonella Colzani che ha garantito il patrocinio delle Istituzioni e Don Carlo Silva di Vighizzolo che ci ha permesso di utilizzare il teatro gestito da lui».
Fino ad ora il «Fumagalli» è stato un punto di incontro di sporadiche ma eclatanti apparizioni teatrali: nel 1999 sempre per la «La Traviata» rappresentata dagli artisti di Lo Sciuto, sono stati richiesti ben 1000 biglietti ed il teatro contiene solo 450 posti.

Nicoletta Fattobene


Una «Traviata» intensa e lirica Esperienza da ripetere nel Canturino

CANTU'
La Felix Company ha presentato l'altra sera, al teatro Fumagalli di Vighizzolo-Cantù, il melodramma in tre atti La Traviata di Giuseppe Verdi, ottenendo un discreto successo. È fra le partiture musicali più ricche di interiorità psicologica dell'opera romantica. Si pone qui in evidenza un nuovo tipo di lirismo drammatico già preannunciato, in parte, nella Luisa Miller. Non prevalgono i contrasti e le passioni, bensì i sentimenti più sottili, il dolore, la tenerezza, l'amore e la rassegnazione. Protagonista il soprano Maria de Lourdes Martins che ha saputo penetrare a fondo nel personaggio di Violetta rendendola umana e patetica. Calda ed espressiva la sua vocalità, seducente il timbro, puro e vibrante il lirismo. Ha saputo comunicare, con precisione, la distruzione emotiva e fisica del personaggio. Valido pure il tenore, canturino d'adozione, Leopoldo Lo Sciuto, uno scrupoloso Alfredo. Il suo timbro è gradevole. Ammirevole la voce nel registro medio-grave, qualche lieve difficoltà d'intonazione invece nelle note acute. Compostezza e dignità sono emerse nel baritono Paolo Lovera, un affidabile Giorgio Germont. Hanno completato egregiamente il cast vocale Stefania Ferrari (una delicata Flora), Serena Riva, Roberto Natale, Franco Rizzo, Marco Sportelli, Paolo Vessella (pure maestro del «Coro di Carbonate» che ha offerto una dignitosa prestazione), Fiorenzo Dentella, Modesto de Ponti e Leo Baldi. Tradizionale la scenografia, semplice ma appropriata la coreografia, smagliante la regia di Filippo Pina Castiglioni. Avremmo gradito in certi momenti, da parte dell'orchestra «Giorgio Strehler» condotta da Pierangelo Gelmini, maggior grinta e determinazione, così come nei due preludi (atto I e atto III che, con la sua atmosfera, preannuncia la mestizia dell'epilogo finale) sarebbe stata più opportuna una maggiore poeticità. Particolari comunque che non scalfiscono l'andamento generalmente positivo della rappresentazione. Un evento per il territorio di Cantù sicuramente rilevante. Ora che il seme è stato gettato, è auspicabile che i frutti lirici possano continuare a germogliare in modo da rendere Vighizzolo un altro luogo deputato del nostro territorio a ospitare incontri d'opera. La risposta del pubblico numeroso è un ulteriore elemento incoraggiante. Alberto Cima La Traviata Cantù, teatro Fumagalli, 28 ottobre.


PUNTO E LINEA
periodico settimanale - anno II - numero 33 - 26 luglio 2006
Giovedì, 08 dicembre 05
DR. JEKYLL, MR. HYDE

Dionigi di Siracusa era un tiranno molto crudele che affliggeva I suoi sudditi in ogni modo. Tale comportamento spinse il pitagorico Finzia ad attentare alla sua vita, ma mentre lo stava colpendo con un pugnale, le guardie di Dionigi lo fermarono ed arrestarono.

Il tiranno lo condannò a morte per il suo gesto, e il prigioniero accettò serenamente la sentenza. Chiese però tre giorni per poter rivedere la madre un'ultima volta, e l'amico Damone gli fece da garante. Dionigi imprigionò quindi l'amico al posto di Finzia, che poté così tornare a casa. Purtroppo, il ritorno di Finzia fu contrastato da una forte pioggia, che gli impedì di attraversare un pericoloso fiume in piena. Allo scadere del terzo giorno, le guardie di Dionigi stavano già per giustiziare Damone, quando l'amico Finzia riuscì ad arrivare a destinazione dopo mille peripezie. Il tiranno, a quel punto, commosso per il gesto d'amicizia e la fedeltà della parola data, amnistiò entrambi e I due poterono così uscire di prigione incolumi.

La vicenda - o strano caso - del Dr. Jekyll e Mr. Hyde si riflette nell'antica virtù dei due amici, quale mito contemporaneo dall'epilogo tragico sull'effettiva inscindibilità dei personaggi. La garanzia di incolumità dell'uno, si fonda nell'immancabile ritorno dell'altro, ma manca l'affermazione del leggendario "lieto fine" proprio a causa della condizione che produce tale effetto. Il "doppio" convive quale apparenza socialmente corretta e metà oscura dai contorni inquietanti: l'etica di cui però era ammantata la dicotomìa romantica bene/male della migliore tradizione gotica qui si trasforma nell'ipocrisia di una falsa bontà del Dr. Jekyll e la purezza del male espressa da Mr. Hyde. Ma, del resto, come premette Gianluca Frigerio all'inizio dello spettacolo, il personaggio del Dr. Jekyll "nasce" alla fine dell'Ottocento, quando la borghesia ha già affermato la propria autorità e la rivolta decadente - come per altre istanze quella marxista - ha già posto in discussione I valori legati allo sviluppo dell'Occidente.

Stevenson in fondo con la sua opera anticipa di qualche anno Wilde nell'identificare I costumi vittoriani quali epigoni perversi di una perfetta morale inglese fin de siècle. La copertura fornita dal Dr. Jekyll alle nefandezze di Mr. Hyde non è dissimile a quella che risulterà essere l'aspetto angelico di Dorian Gray, a dispetto delle azioni diabolicamente interpretate dal proprio ritratto. Nel nostro caso, la "separazione" alchemica del male è il frutto di una ricerca sperimentale: Mr Hyde è lo specchio di una coscienza maligna, il "precipitato" dell'insospettabile Jekyll sublimato ad identità pura del male.

Lo spettacolo, che suggestivamente inizia con un pezzo registrato, colpisce subito per la scenografia che prevede un "doppio sipario" in conformità col tema affrontato. Bravi i due protagonisti, Giacomo Agosti nella parte del Dr. Jekyll e il giovane Angelo Attendoli in quella di Mr. Hyde. Soprattutto quest'ultimo, colpisce per la varietà delle intonazioni affrontate, anche se a volte l'interpretazione - soprattutto nel monologo iniziale - risulta troppo urlata ed eccessivamente grottesca. Lento il II atto nella prima parte, al punto da indebolirne il pathos durante la scoperta della verosimiglianza della scrittura di Jekyll con quella di Hyde; geniale di contro l'intuizione registica di rappresentare il doppio speculare durante la riconversione corporea di Hyde in Jekyll con due sedie in punti simmetrici del palco, dove siedono i protagonisti, e una parete scorrevole a copertura dell'uno o dell'altro personaggio. Belli i cori del III atto, anche se a volte rischiano di sembrare eccessivamente sfruttati. Nel finale, colpisce l'immagine di Jekyll nudo ormai completamente inscindibile da Hyde prima dello sparo "risolutivo" dell'agente Bobberson (Gigi Torinese) che pone fine alla tragedia. Buone anche le musiche e gli effetti creati dalle luci, come le ombre dei lampioni a gas che richiamano lo spettro inquietante della forca.

Fedele al testo, lo spettacolo è una piacevole ricostruzione del capolavoro di Stevenson. Un work in progress da vedere.

(Claudio Elli)

 
Espejismos del sur
Miraggi flamenchi dal sud della Spagna fanno breccia al Teatro delle Erbe
09/10/2006

ATMOSFERA ANDALUSA -"Soncai" è "l'oro", la materia calda, solare e preziosa che ha fatto vibrare di sensualità, fascino e passione il Teatro delle Erbe.
E' bastato davvero poco per farsi trascinare lontano da questi Espejismos del sur (miraggi dal sud), mente e corpo, verso terre piene di colori, arse dal sole, ed immaginare gli otto componenti della associazione "Soncai flamenco", seduti a semicerchio in fondo al palco, in ben altro contesto: al calar del sole in un giorno di feria paesana trascorso nella convivialità di un patio andaluso, oppure in un'arena de toros, come spettatori che attendono l'esibizione del prossimo torero-ballerino.

SONORITA' E TRADIZIONE - Un semicerchio di artisti-amici che sembrano conversare, scambiandosi battute e "olè" che si inseriscono in un'unica melodia collettiva trascinante, alla quale tutti coinvolti partecipano con ciò di cui dispongono: con i palmi delle mani, con i piedi, con i sorrisi e gli sguardi.
Un ritmo vibrante, spontaneo, libero. La meravigliosa voce di Carmen Amor emoziona e fa da protagonista. E' un lamento che si trascina, che infonde profondità alla poesia delle parole che parlano di emozioni forti, di amore, di morte. Spesso risuona con impeto ed energia la parola "corazon" e la voce magnetica di Carmen cattura gli spettatori, voce drammatica che porta all'estremo il romancismo e il sentimentalismo. Fa scaturire dal suo corpo una tale profondità vocale che si aiuta nello sforzo dalle mani, che si chiudono e si riaprono con il liberarsi dell'intensità sonora. Un'altra protagonista è la chitarra, strumento tradizionale del flamenco, che scandisce la melodicità in momenti di rilassamento e momenti di velocità ritmica violenta, sfrenata e passionale.
Eccezionali in questo le abilità tecniche di Jesus Alvarez, che da buon chitarrista di flamenco, si distingue nel destreggiarsi con le corde in modo davvero stupefacente. Di accompagnamento è anche il tradizionale "cajon" percussione sulla quale ci si siede, ed un insolito flauto traverso perfetto nell'arricchire il tutto di melodia e musicalità.

COME MATADORES NELL'ARENA - L'esibizione dei ballerini, tre donne ed un uomo si è svolta secondo i canoni di un rituale che affonda le radici nella tradizione spagnola. A turno, sotto lo sguardo dei colleghi e degli spettatori in platea, ogni ballerino dava dimostrazione del suo valore. Lo sguardo serio, superbo rappresenta il vissuto interiore del dramma, il valore della "honra" (onore), il coraggio di chi da prova di sè e dei suoi sentimenti.
Ed il corpo invece, esprime un connubio di eleganza e sensualità, evidenziato soprattutto dal fascino dei movimenti delle mani, studiati con precisione.
I volteggi delle gonne colorate dei molteplici abiti indossati dalle ballerine sembrano lottare in un crescendo di frenesia musicale, stessa tensione che durante le corride culmina con l'uccisione del toro, compimento dell'armoniosa danza del torero con "el capote" (soprabito fucsia usato per ingannare il toro).
La bravura e l'esperienza dell'unico ballerino, Juan Parra Moron, si è distinta.
La grazia con cui reggeva la giacca all'inizio della sua esibizione testimonia l'incredibile eleganza che lo ha accompagnato in ogni suo più piccolo movimento. Si è dimostrato, inoltre, esperto e preciso musicista, privilegio e prerogativa dei ballerini di flamenco, che fanno dei loro piedi, dei tacchi delle loro scarpe percussione vivente.

di Sara Malacrida

http://www.milanodabere.it/articolo_1658/espejismos_del_sur.html


Notte Swing al Teatro delle Erbe di Milano
di Sabrina Falzone il Martedi, 16 di Gennaio del 2007 (13:57:01)
Topic: Arte e Cultura
Omaggio di Franco Cerri al Re del Swing.

L’evento speciale a base di Swing è stato organizzato dall’Associazione Culturale Felix Company, fondata dal direttore artistico Felice Latronico nel 1996 con l’intento di promuovere l’arte teatrale e lo spettacolo in tutte le sue forme. Per l’occasione, l’associazione si è avvalsa della collaborazione di Mimmo Pedrini per l’apparato audio-tecnico.

Il Teatro delle Erbe di Milano è stata la sede prescelta per il concerto del Nicola Arigliano Quintet, esibitosi la sera del 14 gennaio. Un pubblico piuttosto eterogeneo ha affollato la platea, ma quel che fa riflettere è la presenza di moltissimi giovani, accaniti fan del Maestro ultraottantenne. Non è la prima volta che un cospicuo nucleo di ragazzi gremiscano gli ambienti adibiti all’esecuzione concertistica del nostro Italian Crooner: resta, infatti, memorabile il recente concerto bergamasco del Gruppo, che ha coinvolto più di cinquemila persone, in maggioranza giovani.

Tra le motivazioni alla base di una simile ammirazione giovanile concorre, senza dubbio, la popolarità internazionale di Nicola Arigliano (si suole ricordarlo nella réclame del Digestivo Antonetto che ha accompagnato gli italiani per oltre un decennio televisivo) e, non di meno, l’incredibile fruibilità del repertorio musicale ariglianesco, che spazia dallo swing italiano a quello americano degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta e Sessanta.

La serata di domenica è così trascorsa all’insegna di note e ritmi swing, colorati di scherzo e ironia, grazie alla teatralità storica di Nicola Arigliano, abilmente affiancata dal carisma di Umberto Trinca, il responsabile della band, che ha fatto da vivace contraltare alle battute e ai colpi di scena dell’indiscusso Re del Swing.

Il Gruppo jazzistico ha mostrato ampia capacità di adattamento ad innumerevoli atmosfere musicali, eseguendo, peraltro, un'interminabile serie di bis su richiesta del pubblico. Ottima la performance del nuovo batterista Santi Isgrò, un medico e un musicista dotato di grande energia e professionalità, esibitosi per la prima volta con l’ormai consolidato quintetto, di cui ricordiamo anche gli altri componenti: Frank Antonucci alla chitarra, Angelo Rosi al contrabbasso e il brillantissimo - come sempre - Umberto Trinca alla fisarmonica, apprezzato dai giornalisti presenti in sala come l’erede di Gorni Kramer per la sua sapiente interpretazione melodico-espressiva.

Da non dimenticare l’omaggio di Franco Cerri a Nicola Arigliano, al quale è legato da una lunga e duratura amicizia, che ha raggiunto il Teatro delle Erbe per rendere onore all'indiscusso Maestro del Swing.


Evento speciale: Nicola Arigliano al Teatro delle Erbe
Domenica 14 gennaio, nel pieno centro di Milano una folla plaudente e festosa ha acclamato Nicola Arigliano , salito sul palco del Teatro delle Erbe di Milano con berretto e giacca in pelle nera, come fosse un rocker d’altri tempi. Intorno aveva una band composta da ottimi musicisti: il giovane Umberto Trinca alla fisarmonica, che ha presentato i brani e osannato il cantante, dimostrandogli stima e affetto. Frank Antonucci alla chitarra, Angelo Rosi al contrabbasso e Santi Isgrò alla batteria.

Hanno accompagnato la voce di un cantante che dichiara 78 anni, deve averne almeno 83 ma ne dimostra 50. La sua non è solo la carica di chi, dopo alcuni decenni di oscuramento, ritrova all’improvviso il successo e perfino una fama nuova di zecca: è davvero un personaggio tutto particolare, allegro e sardonico. Sul palco sgrida chi non suona perfettamente, ‘troppo forte quei tamburi, usa le spazzole, non senti che parliamo di donne?!’ rimbrotta al batterista. E se il fido chitarrista gli gira le pagine dello spartito, lui prende i fogli e li getta a terra, getta il microfono a terra, poi il cappello e ride in faccia a Frank Antonucci, che raccoglie tutto senza fare una piega.

Intanto Arigliano canta con voce sempre più vellutata e ben intonata canzoni che fanno sognare, ridere e provocano assalti di nostalgia a chi ha nella mente ricordi di tempi scomparsi nel nulla. Satchmo , Il pinguino innamorato , Maramao , Ho un sassolino nella scarpa , Quel motivetto che mi piace tanto , Amorevole sono brani che si srotolano fra applausi sempre più forti e duraturi, mentre il pubblico lancia grida di consenso e richieste di canzoni particolari. Così arrivano Marilù, Donna, Colpevole e I sing amore. Dopo Arrivederci sembra che il teatro debba crollare dagli applausi e Nicola Arigliano, che aveva già salutato con una standing ovation, si risiede, canta Mackie Masser e conclude con Baby kiss me . Un vero trionfo di swing e simpatia.

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