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Meritati applausi per La Compagnia Stabile al Teatro Osoppo con La cena dei cretini
Francesca Diodati - 24.10.2008
http://www.whipart.it/
Il 17/18/19 ottobre, presso il teatro Osoppo, promossa da Felix Company, è andata in scena La Cena dei Cretini, commedia comica di Francis Veber, interpretata dal "La Compagnia Stabile – Teatro Rina e Gilberto Govi" di Genova.
La Felix Company è un associazione culturale che promuove spettacoli musicali che vanno dalla lirica, il suo principale repertorio, ai recital, la danza e potremmo oggi dire tutto quello che intriga le menti e i cuori di conoscenza e di emozione. Vivere le esperienze dell'arte e diffonderle è stata la scommessa di Felice Latronico quando nel 1996 ha fondato la compagnia, e se fino al 2006 l'orgoglio si fermava alla nuova diffusione dei musical, oggi anche il teatro in prosa trova il suo promettente spazio; non è La Scala, ma sono i teatri come quello di Via Osoppo ad ospitare gentili inizi di artisti promettenti, indubbiamente promesse affermate con voce forte e chiara.
Adriano Delucchi, interpreta il ruolo di Pierluigi Boccardi, il ricco editore che con alcuni suoi amici, ogni mercoledì si diletta ad organizzare una cena in cui ognuno porta con se il miglior cretino che è riuscito ad incontrare. I compagni della boriosa adunata trovano la cosa divertente, serve a festeggiare e celebrare la loro indubbia intelligenza. Si tratta in realtà di una gara in cui alla fine della serata verrà premiato colui che ha portato il più cretino degli ignari ospiti. Ma come in tutti i giochetti di dubbio gusto, la sorte d'un tratto ci mette lo zampino, anche perché il sig. Boccardi ha una moglie, rubata al suo migliore amico, nonché una bella amante. Situazione pericolosa quando un mercoledì sera si trova in casa solo con il colpo della strega e l'ospite cretino che avrebbe dovuto portare alla cena a cui purtroppo non riesce ad andare. E' così che ha inizio un inarrestabile domino di accidenti ed incidenti di cui lo spavaldo editore resta vittima e in cui il pubblico trova ilarità e ironia.
La commedia è stata rivisitata ed ambientata in Italia rispetto all'originale, un film del 1998 di Francis Veber, sebbene anche lo stesso regista l'avesse tratto da una commedia, prodotta da lui stesso per il teatro ed andata in scena per tre anni.
La compagnia Stabile del teatro Rina e Gilberto Govi, di Genova debutta con maestria. La risata di Michele De Vincenzi, il cretino, è stata un irresistibile solletico al riso dello spettatore e difatti la sala del teatro Osoppo non ha saputo trattenersi, Adriano Lucchini ha l'arte del recitare di chi è capace di ricreare persino il mondo che sulla scena non c'è; Giorgio Canepa ci regala un pittoresco ritratto di Luciano Cavallo, l'ispettore fiscale e Marlene Sasseur, l'amante ninfomane, dilaga indubbiamente sul palco con la sua mimica dai contorni netti e dai colori accesi, mentre la raffinata grazia di Cristina Guazzini, moglie di Boccardi, compensa egregiamente la carenza di lussuosa "snobberai" che è necessaria per comprendere l'agiatezza di vita e lo stile del protagonista.
La regia di Antonio Biggio ha creato uno spettacolo armonioso e scorrevole, leale e frizzante che ha sciolto subito le tensioni del pubblico e lo ha sedotto per un corposo applauso finale, se fosse stata un opera avremmo chiesto il bis.
La Compagnia Stabile del Teatro Govi è da tenere sicuramente d'occhio per le prossime rappresentazioni, se poi ci si trovasse a Genova, varrebbe la pena controllare con cosa vanno in scena. |
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DR.JECKILL E MR.HYDE
Milano, Teatro Ariberto: l’attivissima Felix company
presenta la sua versione di Dottor Jeckill e Mr.Hyde. Scelta
registica obbligata: protagonista unico, disgiunto nel doppio
ruolo, secondo una lettura che gli attribiusca disturbi
da personalità bipolare o doppio protagonista? La
seconda va in scena all’Ariberto, con Giacomo Agosti
come Jeckill e un giovane esagitato come Hyde, oggetto di
desiderio e quindi rappresentazione narcisistica del primo.
Agosti regge fino in fondo il gioco, esibendo la sua ormai
conquistata maturità attoriale. Lo spettacolo merita
di crescere con un radicale imbullonamento della struttura
generale e qualche invenzione che contestualizzi l’evento,
avvicinandolo alla sensibilità contemporanea. Ricordiamo,
per inciso, una geniale versione televisiva nell’era
ormai remota del b/n di Giorgio Albertazzi. E notiamo nel
gruppo l’interpretazione generosa di Tina Fasano,
le cui caratteristiche fiscio-interpretative insolite attendono
ancora un adeguato sfruttamento.
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ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS
La Felix Company di Latronico è una compagnia pilotata
con coraggioso, contagioso entusiasmo che produce instant plays
come questo, messo su in un paio di settimane per la regia di
Frigerio. Ed è un allestimento accurato, che parte molto
bene nella presentazione dei caratteri, per arendersi poi, strada
(ferrata) facendo alla staticità verbale e verbosa del
celebre plot. Protagonista (e adattatore) dello spettacolo in
scena al Teatro delle Erbe fino all’8 maggio è
il giovanissimo Angelo Attèndoli, generoso baby Poirot.
Intorno a lui, un gruppo di attori impeccabili, ineccepibili.
Ma sacrificati negli scarni stereotipi dei ruoli. Colonne portanti
della compagnia, Giacomo Agosti, che cerca di dare una dimensione
malinconica, addirittura drammatica, in sottotesto, al suo mesto
personaggio, Tina Fasano, autorevole principessa, Riccardo Mazzarella,
Gigi Torinese e lo stesso regista. Una compagnia che ha ormai
la forza e l’ esperienza per dedicarsi a più attuali,
aggiornate imprese. |
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IL CROISSANT DI MARIA ANTONIETTA
- Maestà, il popolo non ha pane
- Perché non mangiano brioches?
Aneddoto noto fino alla noia. E traduzione approssimativa:
meglio si direbbe Perché non mangiano croissants? La
Regina Martire, in processo di beatificazione, viene citata,
insieme alla rivoluzione francese, anche da Giacomo Agosti,
che festeggia a modo e da par suo il 14 luglio al Teatro della
Memoria di Milano. Autore-attore di valida, solida, motivata
eccentricità, titola “Un po’ di Poe”
il suo spettacolo. Che inizia come teatro di narrazione: Giacomo
ci racconta, teatralmente, “Casa Usher” e “Il
gatto nero”. Rendendone l’inquietudine con tutte
le tonalità del noir. E anticipando, nelle interpolazioni
al buio, le dirompenti valenze finali di un “Il pozzo
e il pendolo” freudian-marxiano, ove per Marx s’intendano
sia Karl che Groucho. Un Poe un po’ pogato sull’audience.
Ne risulta un theatre of the week che è anche scandal
of the week. Scandalo annunciato da una “prima”
con il protagonista nudo a ridosso del pubblico; parzialmente
rivestito nella replica a cui assistiamo, non placa una polemica
che esplode nel dopoteatro. Per una volta, uscendo da uno
spettacolo, si parla dello spettacolo prima e durante la successiva
cena. Crudo quanto il nostro sushi è questo Poe restituito
alla disperata violenza di sottotesto del Magnifico Alcoolista,
spesso ridotto a pretesto di B-movies. O a babau innocente
per piccoli studenti d’inglese. Reduce da una collaborazione
di scenografia ad una messa in scena operistica in Brasile,
Giacomo riporta a casa ombre del voodoo e della santeria,
colorate degli eccessi del candonblè. E se le porta
in scena. In impeccabile mood zapatero. Mentre altre non sublimi
né sublimate ombre distribuiscono strazio di morte
inaccettabile a Londra…
Produce la sempre più vivace Felix company di Latronico.
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L’ESORCICCIO
Milano, teatro delle Erbe. Ci si va con la curiosità
di vedere come ha fatto Gianluca Frigerio a trasporre per la
scena “L’esorcista”. Si esce con la convinzione
che un remake teatrale di quel film possa solo enfatizzare il
trash, partendo dal geniale procedimento di Franco Franchi e
Ciccio Ingrassia e dal loro indimenticabile “L’esorciccio”,
oppure seguire la traccia semantica della Raffaello Sanzio.
La Felix company che produce si trova a disporre di un cast
che può percorrere l’una o l’altra strada,
ma la direzione, più vicino all’Esorciccio, ma
piuttosto inconsapevolmente, di strade ne imbocca molte, troppe
e sono quasi tutte cul de sac. Camilla Fabrizzioli, la posseduta,
possiede doti tecniche e istintive notevoli ed eccentriche:
una Christina Ricci del palcoscenico. Ma l’eterogeneità
del gruppo non diventa mai segno, rimane casualità: c’è
la squadra, ma non c’è schema di gioco e anche
se si segna in contropiede, con le fughe in avanti di Camilla,
le invenzioni del gesuita di Marzotto, i takles in scivolata
di Agosti, la difesa fa acqua da tutte le parti, la bosniaca
Dobnik fa da sé e non sempre per tre, Tina Fasano pare
spaesata, Gigi Torinese è fuori ruolo e quando entra
in campo il mister, è troppo tardi per la rimonta. Si
può fare teatro con un cerchio di sabbia (Peter Brook),
non si può far successo portando in scena un encefalogramma
ricavato da una scatola da scarpe con ventose di gomma! Peccato
continuare a contare occasioni perdute… |
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| Fonte: http://mercuzio.leonardo.it/blog |
| LA CANTATRICE CALVA
Al principio fu un fiasco. E del resto, cosa si poteva aspettare
nel 1950 da un testo nato due anni prima, su ispirazione di
un manuale d'inglese e con un titolo dovuto a un lapsus di
un attore durante le prove? Sei anni dopo, La Cantatrice Chauve
fu ripresa e divenne il capolavoro per eccellenza dell'esule
rumeno naturalizzato francese, che con Beckett creò
i pilastri del Teatro dell'Assurdo.
Ed è infatti un assurdo in scena con dialoghi ispirati
al nulla, il lavoro che la compagnia Doppio Sogno, con grande
professionalità, ha rappresentato e continua a rappresentare
nei diversi teatri milanesi.
La scenografia è spartana come da copione, ottimi gli
effetti sonori.
Gli attori sono tutti bravi; in particolare, sono da segnalare
Marzia Fusetti e Manuela Tadini rispettivamente nei panni
di Mrs. Smith e Mrs. Martin, e Grazia Togni in quelli della
cameriera Mary che, nonostante nel monologo iniziale appaia
come personaggio troppo 'recitato', nella declamazione della
poesia a metà spettacolo raggiunge livelli di pathos
elevatissimi.
Del resto, se l'assurdità del testo sviluppa situazioni
comico-grottesche com?era nelle intenzioni dell?autore, è
anche vero che può trascinare lo spettatore ad esplorare
scale paradossali dell?inconscio come in un quadro di Escher.
Un'autentica ironia da brivido. (***)
(Claudio Elli )
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SARTO PER SIGNORA
Anche se meno celebrato de La dame de chez Maxim, Tailleur pour
dame è il vaudeville in tre atti che portò al
successo nel 1887 il giovane Georges Feydeau, fino a quel momento
dedito a monologhi dal sapore adolescenziale e successivamente
a brevi pièce interpretate da lui stesso.
Tipica commedia "borghese" di fine Ottocento, basata
sull'intreccio e l'equivoco nella cornice dei tradimenti coniugali
della buona società parigina, viene qui rappresentata
da Riccardo Mazzarella nel pieno rispetto del testo e dei movimenti
voluti dall'autore.
Un po' troppo recitata all'inizio, l'interpretazione del personaggio
di Moulineaux da parte di Gianluca Frigerio comincia ad animarsi
a partire dalla II scena, per "impadronirsi" con naturalezza
del palco durante l'evolversi dello spettacolo. Bravo Gigi Torinese
nel definire il carattere di Aubin, soprattutto negli sguardi,
mentre risulta essere un po' troppo giovane Angelo Attèndoli
nella parte del maggiordomo Stefano anche se riesce comunque
a reggere tecnicamente il ruolo.
Assolutamente straordinario Alessandro Testa nella parte di
Bassinet, personaggio "chiave" ed esprit comico della
commedia. La caratterizzazione della voce è esilarante,
i suoi movimenti ed espressioni fanno addirittura pensare ad
una certa mimica facciale del teatro e cinema francese del Novecento
- Marcel Marceau e Fernandel, ad esempio - e pur non essendo
il protagonista è di certo il "soggetto" teatrale
che più spicca all'interno del gruppo. Un unico neo nella
sua performance: appunto perché interprete eccezionale,
alcuni "fuori parte" che possono anche mettere in
imbarazzo altri partner sulla scena, e che naturalmente esulano
da testo e dalla regia, risultano essere di dubbio gusto ed
andrebbero quindi evitati. Bassinet è in sé un
personaggio che piace al pubblico e a creare situazioni divertenti,
almeno all'interno di questa commedia, ci ha già pensato
Feydeau.
Dal punto di vista femminile, spiccano Angela Ciliberti nella
parte di Yvonne, moglie di Moulineaux, e soprattutto Silvia
Sala - la madre madame Aigreville - già esperta "caratterista"
nonostante la ancor giovane età, e memorabile interprete
di una simpatica vecchia zia nell'edizione di Arsenico e vecchi
merletti di qualche anno fa diretta sempre da Mazzarella.
Il ritmo, a parte un lieve calo nella scena della sartoria a
metà del II atto, è buono. Lo spettacolo, che
può essere migliorato, è comunque piacevole e
divertente nel suo insieme. |
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| Rigoletto Melodramma in
tre atti di F.M. Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Regia di Pierluigi Cassano
Rigoletto: trait d'union tra opera lirica e pop
Ebbene sì, perché tra i capolavori verdiani
“Il Rigoletto”, opera che, in ordine cronologico
apre il cosiddetto “trittico popolare” seguito
da “La Traviata” ed “Il Trovatore”,
è sicuramente il prodotto più “pop”
del compositore.
Opera lirica in tre atti, con pochissimo recitato, quasi
un “concept album” di due ore nel quale “La
donna è mobile” è solo una delle tante
melodie largamente conosciute (ed infatti erano in molti,
troppi, ad accennarla!!!), di certo mi sento di consigliarne
l’ascolto e la visione a chi, da profano, volesse avvicinarsi
al genere.
Il melodramma prende corpo nella cinquecentesca corte mantovana
dei Gonzaga dove il deforme Rigoletto, giullare a servizio
del Duca, diverte i cortigiani con mezzi altamente derisori.
Ed è proprio a seguito di una delle sue caustiche
beffe a carico del Conte di Monterone, la cui figlia è
stata sedotta dal Duca, che diventa vittima della di lui maledizione.
Da qui una serie di vicende si dipaneranno attorno al baritono-Rigoletto
ed a sua figlia,Gilda, scambiata per amante dai cortigiani
prima e rapita dagli stessi per goliardico divertimento poi,
fino ad arrivare al tragico finale in cui, sulle nere rive
del Mincio, la giovane sacrificherà la propria vita
per salvare quella del Duca che, avendola precedentemente
sedotta, era stato oggetto di un attentato da parte del Rigoletto.
Molto buona è l’interpretazione del soprano
che, con i suoi cristallini “acuti di testa”,
incarna perfettamente i sentimenti puri, gli ideali, le passioni
più accattivanti dell’ingenua Gilda.
Meno convincente appare, al contrario, l’afono Duca
di Mantova, tenore che, a causa di un’improvvisa raucedine,
viene scambiato per baritono.
E così, in uno spazio scenico ristretto qual è
il “Teatro delle Erbe”, domenica pomeriggio sono
stati condivisi i sentimenti più contrastanti: gelosia,
dolore, amore, attrazione, rabbia, spensieratezza, desiderio
di vendetta.
Il tutto sapientemente concertato dall’impeccabile
Orchestra da Camera “Giorgio Strehler” che, citando
Rossini, “in questa musica ci ha fatto riconoscere il
luminoso genio di Verdi”.
Elena Battaglia
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Vorrei esprimere
un parere personale sulla Turandot di Domenica, o meglio,
su quel "pasticciaccio" della Turandot, scostandomi
però dai giudizi così scandalizzati e catastrofici
già espressi in questo news group. Premetto che in
genere trovo molto positive le edizioni delle opere, anche
in forma ridotta, in sale diverse dai teatri d'opera convenzionali,
anche se con l' accompagnamento del pianoforte. Così
come trovo positivo che vi siano cori "alla buona",
fatti di persone che per l' amore della musica si trovano
magari la sera, dopo una giornata di lavoro, a provare, ovviamente
con risultati nettamente inferiori ai cori professionali.
E' un pò come per il teatro. Immaginate se in una
città come Milano vi fosse un' unico teatro a fare
attività teatrale, per esempio il Piccolo, e basta!
Che poi è esattamene quello che succede alla Scala.
Un unico cartellone lirico "di regime" con lavori,
artisti ed opere scelte da una stretta cerchia di persone
che spesso obbediscono a canoni e regole che non sono certo
quelle dell' amore per la lirica.
Questo sistema fa man bassa di un giro di miliardi, offerti
anche dallo Stato e praticamente non rende possibile un' alternativa
operistica, detenendo l' assoluto monopolio nel settore. Certo
che se Muti per fare il direttore musicale prende un miliardo
all' anno più 30 milioni a sera. più tutte le
trasferte e i concerti della filarmonica, più le percentuali
sulle incisioni, cosa può restare per gli altri? A
Milano. per esempio, a parte la recente apertura del Piccolo,
oltre alla Scala per ascoltare "altro" di lirica
bisogna andare al Rosetum (che è un oratorio parrocchiale!)
o dalla "Felix Company", o alle
premiazioni dei concorsi di canto. Non c'è, come in
tutte le principali città europee un teatro lirico
alternativo alla "casa madre", cosa che ritengo
gravissima sotto ogni profilo. Non dimentichiamo poi che queste
esperienze dovrebbero, e purtroppo lo fanno solo in pochi
casi, lanciare nuove voci o comunque dare la possibilità
di cimentarsi e farsi esperienza in un ambito meno impegnativo.
Detto questo, aggiungo che non provo scandalo se la radio
ufficiale italiana offre uno spazio a queste attività
musicali "della domenica", manifestazioni organizzate
con poco tempo e denaro e con chiari limiti. Si tratta semmai
di una questione di buon gusto. E veniamo alla Turandot di
domenica sotto l' organizzazione della trasmissione la Barcaccia.
ll difetto principale che ho riscontrato in questa esecuzione
è appunto una mancanza generale di buon gusto o meglio,
una carrellata di cattivo gusto.
Devo però riconoscere due cose.
La prima è che questo cattivo gusto ha fatto parte
e ne fa tuttora del teatro lirico, ne è insomma una
componente storica e trova moltissimi sostenitori in merito.
Lo stereotipo della "mano calcata" , del tenore
"virile" e "tenorile" (come si definiva
Kraus!), misurato sui decibel , ecc..
sono componenti che fanno parte di una tradizione lirica precisa
e sostenuta da molti.
La seconda cosa è che in tal senso lo spettacolo della
Barcaccia è stato molto coerente e chiaro nei suoi
principi misicali che non sono, lo si deve riconoscere, infondati.
Prova ne è il successo e la soddisfazione dei suoi
seguaci. Insomma uno spettacolo che aveva poco di filologico
ma rispecchiava con grande coerenza una mentalità operistica
che oggi non viene più rappresentata, che può
piacere o non piacere, ma che c'è, fa parte del mondo
dell' opera e si deve dar merito alla trasmissione radiofonica
di essere stati in grado di riproporla e di aver fatto felice
la massa di ascoltatori a cui questa modalità esecutiva
piace e che possono avere l' opportunità di sentirla
anche per radio. Non condivido quindi il senso di scandalo
di chi ha vivamente protestato per la trasmissione radiofonica
dello spettacolo. Suozzo e Stinchelli sono stati coerenti
con le loro idee, con il loro pubblico, con la loro linea
culturale. Ripeto, può piacere e non piacere, ma c'è
una coerenza di fondo. Che è anche la linea dell' umorismo,
del sarcasmo, della dissacrazione tipica della loro trasmissione.
Non potrei leggere in altro senso il canto dei tre consiglieri
Ping, Pong, Pang con la presenza di Stinchelli (che canta
anche la parte di Altum).
Credo sia stato tutto risolto in chiave di gioco, di presa
in giro, di divertimento con i propri ascoltatori. Non credo,
o almeno lo spero, che Stinchelli possa prendersi seriamente
come cantante.
Il coro ha fatto quello che poteva così come più
che dignitoso è stato Antonio Pirozzi.
Buono il pianista Boemi che ha dovuto ovviamente sacrificare
la maggior parte dell' opera concentrandola nelle pagine più
popolari. Molto brava Michela Sburlati dalla voce limpida,
educata, ben impostata, sicura negli acuti e nella tecnica.
La protagonista, Katly Maccallan (si scriverà così?),
è stata nel complesso appena sufficiente per una parte
tra le più difficili della storia dell' opera. A parte
qualche sguaiataggine, note calanti, acuti non appoggiati,
è arrivata sino alla fine.Il che è già
qualcosa per una Turandot. E' scivolata però solo sul
bagnato, cioè sulle difficoltà della partitura
(a dire il vero su tutte) ma nel complesso la linea vocale
è abbastanza solida e credibile. Certo mi chiedo cosa
ne verrebbe fuori se Suozzo e Stinchelli facessero il "microscopio"
di questa esecuzione. Un discorso a parte lo merita Bonisolli.
Un artista discontinuo, legato a una concezione arcaica della
voce del tenore, ad un gusto che generalmente si definisce,
come dicevo all' inizio, "cattivo". Portamenti,
corone mai scritte dal musicista, gigionate, declamazione
stentorea... Questo per citare solo alcuni elementi di questo
"gusto". Però non dimentichiamo che Bonisolli
è artista dotato di una tecnica vocale sicurissima
che gli ha consentito un' eclettismo musicale che ben pochi
tenori possono vantare. Dal Guglielmo Tell e dalla Donna del
Lago sino a Puccini, Bonisolli è sempre uscito bene
(a parte qualche fischio) in parti difficili, ma molto difficili.
Non mi sento quindi di tacciarlo come una voce di serie B
o un disastro vocale. Chi scrive così forse ha la memoria
un pò corta e non si ricorda certe interpretazioni
di Bonisolli che ci ha dato la possibilità, grazie
alla sua voce, di sentire parti tenorili in opere quando non
c'erano ancora nè Pavarotti nè Blake o Merritt.
L' ho trovato anche più che dignitoso anche come Calaf
in questa Turandot. Certo, gli anni si sentono, la voce comincia
in qualche punto a ballare, lo stile è censurabile,
al peggior Del Monaco. Però la tecnica solida si sente,
la linea vocale è integra, gli acuti ci sono, ben piantati
e ben tenuti. Dirò di più. Si dovrebbe ascoltare
più attentamente questa voce, senza scandalizzarsi
per il gusto "demodè". Ma dove lo troviamo
oggi un Calaf così? A parte Heppner, chi ti canta questa
parte? Forse Johansonn. Ma come? Non massacra la linea vocale
con quel canto tutto di testa e gola che poco ha a che vedere
con Puccini. Non parliamo di Alagna e Cura che già
al Si bemolle la voce perde smalto, va indietro, affonda.
Bonisolli ti fa pure il Do nella puntatura "ardente d'amor"
(in modo plateale, con il pubblico che, altrettanto plateale,
applaude...però lo fà). E questo ad una non
più tenera età. Allora con la stessa solerzia
con cui evidenziamo i difetti di Bonisolli, riconosciamone
però i pregi. E credo che una voce come la sua alla
fine abbia qualcosa da insegnare a tante gettonatissime (
e pagatissime) voci di cantanti che vengono oggi spacciati
come "grandi". E in questo quelli della Bracaccia
hanno ragione.
Marco Daverio
dave...@enter.it |
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TEATRO:" Cin
Cì Là al S. Babila il pubblico apprezza l'operetta"
> Silvia Arosio il 19/09/2005
Successo al Teatro S.Babila per l’operetta Cin Ci
Là, di Virgilio Ranzato e Carlo Lombardo, in scena
dal 16 al 18 settembre. Lo spettacolo è stato proposto
da La Felix Company, un'Associazione Culturale, nata nel 1996
per volontà del suo fondatore, Felice Latronico, da
sempre grande appassionato e conoscitore raffinato di teatro
e di spettacolo in tutte le sue forme.
L’operetta è stata caratterizzata da un susseguirsi
di colori, luci, note e simpatia, accentuata dalla sciolta
regia di un grande del teatro italiano, l’ex Gufo ed
ex cantante d’operetta, Roberto Brivio, presente in
sala. Un’operetta tradizionale, con 8 elementi di orchestra
ed un coro, per un totale di 40 persone in scena. E’
raro, al giorno d’oggi, vedere in teatro un’orchestra
dal vivo, sia per motivi logistici, sia per motivi prettamente
economici.
Brivio ha attualizzato il testo inserendo gag assolutamente
esilaranti e caratterizzazioni singolari. Ottimo lo svenevole
ma non troppo Petit-gris di Luigi Monti, che ha strappato
al pubblico più di una risata.
Se in questo periodo si registra una rinascita dell’operetta,
è grazie anche al più alto livello degli artisti
impegnati. Belle voci per tutti i principali protagonisti
(Cristina Maria Chiaffoni come Cin Ci Là, Patrizia
Negrini, Enrico Paolillo, Aldo Pintor e Gerardo Paganini)
e splendidi le scene ed i costumi di Tornio Teatro Operetta
e Maria Elena Petrali. Notevoli, per quanto riguarda i balletti
(Operetta Ensemble), i passi a due. Il pubblico, trascinato,
ha cantato ad una sola voce sul tema portante dell’operetta.
Da martedi 24 settembre a sabato 1 ottobre, invece, grande
musica: FROM SPIRITUAL TO SWING, con la partecipazione di
ANTONIO CIACCA (piano solo) e Bob SINGLETON and THE GOLDEN
GOSPEL SINGERS. Lo spettacolo ripercorrerà lo stile
del gospel a partire dagli spirituals fino ad arrivare allo
swing. Si ripercorrerà così la vera musica africana,
fino ad arrivare al gospel, la musica religiosa cristiana,
quella che si sente nelle vive celebrazioni d’oltreoceano,
quando, come ha detto Maramotti “Cantando ti fanno sentire
che c’è Dio!”. E Bob Singleton ha promesso
di farci saltare sulle sedie! I PREZZI: Euro 19.50 la balconata
e 27 per la platea.
Per entrambi gli spettacoli, tariffe speciali per gli abbonati.
Vi ricordo che è ancora aperta la campagna abbonamenti
per la stagione ufficiale. Per l’elenco degli spettacoli,
riferitevi al sito del Teatro.
Uffici Teatro San Babila
Email. info@teatrosanbabila.it
Sito internet. www.teatrosanbabila.it |
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Cin-Ci-Là,
o Cin-Ci-Là, mordi, rosicchia, divora...?,
ma purtroppo questo Cin-Ci-Là rosicchia, morde e divora
ben poco!
Operetta in tre atti su libretto di Carlo Lombardo, la cui prima
rappresentazione ebbe luogo a Milano nel 1925, Cin-Ci-Là
è ora in scena al Teatro San Babila di Milano.
Siamo a Macao, favoloso paese dell?Estremo Oriente. La principessa
Myosotis, figlia di Fon-Ki, re di Makao, sta per sposarsi,
ma è triste dovendo abbandonare i sogni e i giochi
della fanciullezza, durante la quale è stata curata
dal fedele Blum.
Anche il principe Ciclamino, erede al trono di Corea, suo
promesso sposo, è triste per gli stessi motivi e si
dimostra scarsamente entusiasta e del matrimonio.
A Macao vige un?usanza che, dalla cerimonia del matrimonio
di una principessa, sospende ogni divertimento e ogni lavoro,
fintanto che il matrimonio stesso non viene consumato, evento
che è annunciato dal suono di un carillon; e questa
?quaresima? è destinata a durare a lungo, perché
entrambi gli sposini non sanno assolutamente nulla sull?amore.
In questi frangenti, giunge a Macao la bella Cin-Ci-Là,
attrice cinematografica francese e contemporaneamente arriva
anche Petit Gris, che ne è stato l?amante ed e tuttora
innamorato cotto di lei, alla sua ricerca.
Il Mandarino di Macao Fon-Ky, decide di affidare i due giovani,
così scarsamente entusiasti del matrimonio alle esperte
cure di Cin-Ci-Là. La bella attrice prende a cuore
la cosa e si dedica con particolare interesse alla emancipazione
del principe Ciclamino.
Petit Gris viene colto da un furibondo attacco di gelosia
e, per vendicarsi, rivolge le proprie attenzioni alla principessa
Myosotis.
Ciclamino, che ha preso gusto alle ?lezioni?, si innamora
di Cin-Ci-Là e la vuole sposare; ma l?attrice saggiamente
gli spiega che lei non può e non vuole contrarre nessun
legame duraturo. Del resto la principessa Myosotis è
ora disposta a lasciare le sue bambole e i suoi sogni e a
convolare a giuste nozze con Ciclamino. Cosa che regolarmente
avviene, fra i festeggiamenti di tutta Macao.
In questa versione di Cin-Ci-Là, Gerardo Paganini,
nel ruolo di Fon-Ki, risulta particolarmente frizzante: Paganini
mostra tutta la sua esperienza e il suo mestiere, dando vita
ad un personaggio molto ben disegnato, che catalizza gran
parte dell?attenzione del pubblico.
Al suo fianco, nel ruolo di Blum, Aldo Pintor si dimostra
altrettanto bravo: il personaggio risulta ben calibrato e
duetta con Fon-Ky, per la gran parte del parlato dell?operetta,
strappando frequenti risate ed applausi.
A completare la bontà del cast attoriale, Luigi Monti
dà vita ad un Petit-gris volutamente macchiettistico,
che passa con nonchalance dai frequenti svenimenti ai duetti
musicali: eccellente, in particolare, la sua esibizione nel
brano centrale, citato nell?apertura di questa recensione.
Purtroppo, però, commenti altrettanto positivi non
si possono formulare per il resto del cast, e per la regia.
I due giovani principi Myosotis, Patrizia Negrini, e Ciclamino,
Enrico Paolillo, si dimostrano piuttosto acerbi, anche se
mostrano di poter crescere sotto il profilo canoro. Cristina
Maria Chiaffoni dà vita al personaggio centrale di
Cin-Ci-Là, mostrando una voce interessante: purtroppo,
le manca le physique du rôle.
Coreografie da dimenticare per l?assoluta banalità,
che ci porta a sospendere il giudizio sui ballerini, probabilmente
condizionati. Orchestra, troppo scolastica, e coro inadeguati
al teatro ed al pubblico. .
Ricordando fra le cose positive le scenografie ed i costumi,
non possiamo non chiudere con un giudizio critico per la regia,
apparsa ai più (si potrebbe citare qualche frase del
pubblico) approssimativa, se non inesistente.
Angelo Attèndoli |
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| 'CIN CI
LA' Il Teatro San Babila inaugura in anticipo la
propria stagione, presentando al pubblico “Cin Ci La”,
operetta in tre atti di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato,
per la regia di Roberto Brivio.
Nell’esotica cornice di Macao, la giovane e timida principessa
Myosotis sta per sposarsi ma, al contrario di quanto si potrebbe
pensare, non è felice di intraprendere la vita coniugale
a scapito dei giochi e dei divertimenti giovanili. Anche il
suo promesso sposo, il principe Ciclamino, prova il suo stesso
disagio di fronte alle nuove responsabilità che lo
attendono. Per di più, a Macao è consuetudine
che durante il periodo di fidanzamento feste, divertimenti
e anche le attività lavorative siano sospesi.
In questo periodo fa il suo arrivo la bella Cin Ci La, attrice
cinematografica francese, insieme al suo accompagnatore ufficiale
Petit Gris, perdutamente innamorato di lei.
Il Mandarino di Macao Fonky, padre della principessa Myosotis,
decide di affidare i due giovani alle esperte cure dell’avvenente
Cin Ci La, che prende a cuore la loro situazione.
In particolar modo l’attrice cura l’emancipazione
del giovane Ciclamino, suscitando la furibonda gelosia di
Petit Gris, il quale di conseguenza rivolge le proprie attenzioni
alla principessina.
Ma accade l’irreparabile: Ciclamino finisce per innamorarsi
di Cin Ci La e le chiede di sposarlo; ma l’attrice,
restia ad ogni legame solido e duraturo, declina gentilmente
la sua proposta, tanto più che ora Myosotis sembra
disposta ad accettare il suo matrimonio.
Nell’atmosfera frizzante e gioiosa di Macao arriverà
puntuale il lieto fine, come nella migliore tradizione dell’operetta.
Per il secondo anno consecutivo, il Teatro San Babila anticipa
l’inizio della propria attività dopo la chiusura
estiva, proponendo una pre – stagione decisamente interessante
e assolutamente non secondaria rispetto agli altri spettacoli
in cartellone.
Con “Cin Ci La”, fa il suo arrivo al San Babila
l’operetta, a testimoniarne il grande periodo di rinascita.
Questo genere è stato generalmente considerato secondario
rispetto al melodramma più classico, a causa del suo
tono più leggero e spensierato e anche purtroppo per
la presenza in certi casi di spettacoli di bassa levatura
artistica.
A questo proposito i produttori e gli organizzatori tendono
a sottolineare la grande qualità dell’intero
cast di “Cin Ci La”, tra cui si distinguono in
particolar modo il regista Roberto Brivio, il quale può
vantare una ventennale esperienza in questo campo e il giovane
direttore d’orchestra Vito Lo Re, proveniente dal teatro
d’opera.
Della sua esperienza al San Babila Lo Re dichiara: “L’operetta
è sempre stata purtroppo considerata la ‘sorella
povera’ dell’opera, tuttavia stiamo assistendo
ad una sua grande rinascita, per il suo carattere vitale e
frizzante e per le sue peculiarità, come l’alternanza
tra dialoghi e musica, che ne fanno un vero e proprio musical
ante litteram. Proprio per questo motivo ritengo che l’operetta
sia un genere estremamente attuale, nonché un possibile
veicolo per avvicinare un pubblico più numeroso al
teatro”.
“Cin Ci La” si presenta come uno spettacolo fresco
e vivace, ricco di situazioni esilaranti e ben congegnata
sul piano tecnico e artistico, da non perdere.
Con Cristina Maria Chiaffoni, Luigi Monti, Patrizia Negrini,
Enrico Paolillo, Gerardo Paganini, Aldo Pintor. |
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| APPUNTAMENTO
A TEATRO PER LA TRAVIATA
VIGHIZZOLO DI CANTU' - «La Traviata», una cortigiana
di nome Violetta Valèry innamorata di Alfredo Germont:
una storia d’amore distrutta dall’inganno, un
melodramma sulle note di Giuseppe Verdi interpretato da tre
artisti italiani, Leopoldo Lo Sciuto, 39 anni di origini siciliane,
Maria De Lourdes Martins, 37 anni, di origini portoghesi ma
cresciuta in Italia e Paolo Lovera, 45 anni, piemontese. Una
vera e propria ricetta all’italiana diretta dal Maestro
concertatore e direttore d’Orchestra Pierangelo Gelmini,
una delle personalità musicali più importanti
di Cantù.
L’opera verrà presentata venerdì 28 ottobre
al «Teatro Fumagalli» di Vighizzolo di Cantù,
il secondo più bello della zona dopo il Sociale di
Como: «L’idea è proporre un’intera
stagione per realizzare alcune delle opere italiane più
importanti quali «Tosca» e «Boheme»
di Puccini, «Il Trovatore» di Verdi, «Elisir
d’Amore» di Donizetti ed infine, in onore dei
250 anni trascorsi dalla morte di Mozart, «Don Giovanni
- spiega Lo Sciuto, interprete di Alfredo Germont nel melodramma
- Io mi sono preoccupato della selezione degli artisti mentre
la «Felix Company» di Milano si è occupata
dell’allestimento che comprende la scelta dell’orchestra,
dei costumi e delle sceneggiature. Voglio ringraziare l’assessore
Antonella Colzani che ha garantito il patrocinio delle Istituzioni
e Don Carlo Silva di Vighizzolo che ci ha permesso di utilizzare
il teatro gestito da lui».
Fino ad ora il «Fumagalli» è stato un punto
di incontro di sporadiche ma eclatanti apparizioni teatrali:
nel 1999 sempre per la «La Traviata» rappresentata
dagli artisti di Lo Sciuto, sono stati richiesti ben 1000
biglietti ed il teatro contiene solo 450 posti.
Nicoletta Fattobene |
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| Una «Traviata»
intensa e lirica Esperienza da ripetere nel Canturino
CANTU'
La Felix Company ha presentato l'altra sera, al teatro Fumagalli
di Vighizzolo-Cantù, il melodramma in tre atti La Traviata
di Giuseppe Verdi, ottenendo un discreto successo. È
fra le partiture musicali più ricche di interiorità
psicologica dell'opera romantica. Si pone qui in evidenza
un nuovo tipo di lirismo drammatico già preannunciato,
in parte, nella Luisa Miller. Non prevalgono i contrasti e
le passioni, bensì i sentimenti più sottili,
il dolore, la tenerezza, l'amore e la rassegnazione. Protagonista
il soprano Maria de Lourdes Martins che ha saputo penetrare
a fondo nel personaggio di Violetta rendendola umana e patetica.
Calda ed espressiva la sua vocalità, seducente il timbro,
puro e vibrante il lirismo. Ha saputo comunicare, con precisione,
la distruzione emotiva e fisica del personaggio. Valido pure
il tenore, canturino d'adozione, Leopoldo Lo Sciuto, uno scrupoloso
Alfredo. Il suo timbro è gradevole. Ammirevole la voce
nel registro medio-grave, qualche lieve difficoltà
d'intonazione invece nelle note acute. Compostezza e dignità
sono emerse nel baritono Paolo Lovera, un affidabile Giorgio
Germont. Hanno completato egregiamente il cast vocale Stefania
Ferrari (una delicata Flora), Serena Riva, Roberto Natale,
Franco Rizzo, Marco Sportelli, Paolo Vessella (pure maestro
del «Coro di Carbonate» che ha offerto una dignitosa
prestazione), Fiorenzo Dentella, Modesto de Ponti e Leo Baldi.
Tradizionale la scenografia, semplice ma appropriata la coreografia,
smagliante la regia di Filippo Pina Castiglioni. Avremmo gradito
in certi momenti, da parte dell'orchestra «Giorgio Strehler»
condotta da Pierangelo Gelmini, maggior grinta e determinazione,
così come nei due preludi (atto I e atto III che, con
la sua atmosfera, preannuncia la mestizia dell'epilogo finale)
sarebbe stata più opportuna una maggiore poeticità.
Particolari comunque che non scalfiscono l'andamento generalmente
positivo della rappresentazione. Un evento per il territorio
di Cantù sicuramente rilevante. Ora che il seme è
stato gettato, è auspicabile che i frutti lirici possano
continuare a germogliare in modo da rendere Vighizzolo un
altro luogo deputato del nostro territorio a ospitare incontri
d'opera. La risposta del pubblico numeroso è un ulteriore
elemento incoraggiante. Alberto Cima La Traviata Cantù,
teatro Fumagalli, 28 ottobre. |
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PUNTO E
LINEA
periodico settimanale - anno II - numero 33 - 26 luglio 2006
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Giovedì,
08 dicembre 05
DR. JEKYLL, MR. HYDE Dionigi di Siracusa era un tiranno
molto crudele che affliggeva I suoi sudditi in ogni modo.
Tale comportamento spinse il pitagorico Finzia ad attentare
alla sua vita, ma mentre lo stava colpendo con un pugnale,
le guardie di Dionigi lo fermarono ed arrestarono.
Il tiranno lo condannò a morte per il suo gesto, e
il prigioniero accettò serenamente la sentenza. Chiese
però tre giorni per poter rivedere la madre un'ultima
volta, e l'amico Damone gli fece da garante. Dionigi imprigionò
quindi l'amico al posto di Finzia, che poté così
tornare a casa. Purtroppo, il ritorno di Finzia fu contrastato
da una forte pioggia, che gli impedì di attraversare
un pericoloso fiume in piena. Allo scadere del terzo giorno,
le guardie di Dionigi stavano già per giustiziare Damone,
quando l'amico Finzia riuscì ad arrivare a destinazione
dopo mille peripezie. Il tiranno, a quel punto, commosso per
il gesto d'amicizia e la fedeltà della parola data,
amnistiò entrambi e I due poterono così uscire
di prigione incolumi.
La vicenda - o strano caso - del Dr. Jekyll e Mr. Hyde si
riflette nell'antica virtù dei due amici, quale mito
contemporaneo dall'epilogo tragico sull'effettiva inscindibilità
dei personaggi. La garanzia di incolumità dell'uno,
si fonda nell'immancabile ritorno dell'altro, ma manca l'affermazione
del leggendario "lieto fine" proprio a causa della
condizione che produce tale effetto. Il "doppio"
convive quale apparenza socialmente corretta e metà
oscura dai contorni inquietanti: l'etica di cui però
era ammantata la dicotomìa romantica bene/male della
migliore tradizione gotica qui si trasforma nell'ipocrisia
di una falsa bontà del Dr. Jekyll e la purezza del
male espressa da Mr. Hyde. Ma, del resto, come premette Gianluca
Frigerio all'inizio dello spettacolo, il personaggio del Dr.
Jekyll "nasce" alla fine dell'Ottocento, quando
la borghesia ha già affermato la propria autorità
e la rivolta decadente - come per altre istanze quella marxista
- ha già posto in discussione I valori legati allo
sviluppo dell'Occidente.
Stevenson in fondo con la sua opera anticipa di qualche anno
Wilde nell'identificare I costumi vittoriani quali epigoni
perversi di una perfetta morale inglese fin de siècle.
La copertura fornita dal Dr. Jekyll alle nefandezze di Mr.
Hyde non è dissimile a quella che risulterà
essere l'aspetto angelico di Dorian Gray, a dispetto delle
azioni diabolicamente interpretate dal proprio ritratto. Nel
nostro caso, la "separazione" alchemica del male
è il frutto di una ricerca sperimentale: Mr Hyde è
lo specchio di una coscienza maligna, il "precipitato"
dell'insospettabile Jekyll sublimato ad identità pura
del male.
Lo spettacolo, che suggestivamente inizia con un pezzo registrato,
colpisce subito per la scenografia che prevede un "doppio
sipario" in conformità col tema affrontato. Bravi
i due protagonisti, Giacomo Agosti nella parte del Dr. Jekyll
e il giovane Angelo Attendoli in quella di Mr. Hyde. Soprattutto
quest'ultimo, colpisce per la varietà delle intonazioni
affrontate, anche se a volte l'interpretazione - soprattutto
nel monologo iniziale - risulta troppo urlata ed eccessivamente
grottesca. Lento il II atto nella prima parte, al punto da
indebolirne il pathos durante la scoperta della verosimiglianza
della scrittura di Jekyll con quella di Hyde; geniale di contro
l'intuizione registica di rappresentare il doppio speculare
durante la riconversione corporea di Hyde in Jekyll con due
sedie in punti simmetrici del palco, dove siedono i protagonisti,
e una parete scorrevole a copertura dell'uno o dell'altro
personaggio. Belli i cori del III atto, anche se a volte rischiano
di sembrare eccessivamente sfruttati. Nel finale, colpisce
l'immagine di Jekyll nudo ormai completamente inscindibile
da Hyde prima dello sparo "risolutivo" dell'agente
Bobberson (Gigi Torinese) che pone fine alla tragedia. Buone
anche le musiche e gli effetti creati dalle luci, come le
ombre dei lampioni a gas che richiamano lo spettro inquietante
della forca.
Fedele al testo, lo spettacolo è una piacevole ricostruzione
del capolavoro di Stevenson. Un work in progress da vedere.
(Claudio Elli) |
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Espejismos
del sur
Miraggi flamenchi dal sud della Spagna fanno breccia al Teatro
delle Erbe
09/10/2006 ATMOSFERA ANDALUSA -"Soncai" è
"l'oro", la materia calda, solare e preziosa che
ha fatto vibrare di sensualità, fascino e passione
il Teatro delle Erbe.
E' bastato davvero poco per farsi trascinare lontano da questi
Espejismos del sur (miraggi dal sud), mente e corpo, verso
terre piene di colori, arse dal sole, ed immaginare gli otto
componenti della associazione "Soncai flamenco",
seduti a semicerchio in fondo al palco, in ben altro contesto:
al calar del sole in un giorno di feria paesana trascorso
nella convivialità di un patio andaluso, oppure in
un'arena de toros, come spettatori che attendono l'esibizione
del prossimo torero-ballerino.
SONORITA' E TRADIZIONE - Un semicerchio di artisti-amici
che sembrano conversare, scambiandosi battute e "olè"
che si inseriscono in un'unica melodia collettiva trascinante,
alla quale tutti coinvolti partecipano con ciò di cui
dispongono: con i palmi delle mani, con i piedi, con i sorrisi
e gli sguardi.
Un ritmo vibrante, spontaneo, libero. La meravigliosa voce
di Carmen Amor emoziona e fa da protagonista. E' un lamento
che si trascina, che infonde profondità alla poesia
delle parole che parlano di emozioni forti, di amore, di morte.
Spesso risuona con impeto ed energia la parola "corazon"
e la voce magnetica di Carmen cattura gli spettatori, voce
drammatica che porta all'estremo il romancismo e il sentimentalismo.
Fa scaturire dal suo corpo una tale profondità vocale
che si aiuta nello sforzo dalle mani, che si chiudono e si
riaprono con il liberarsi dell'intensità sonora. Un'altra
protagonista è la chitarra, strumento tradizionale
del flamenco, che scandisce la melodicità in momenti
di rilassamento e momenti di velocità ritmica violenta,
sfrenata e passionale.
Eccezionali in questo le abilità tecniche di Jesus
Alvarez, che da buon chitarrista di flamenco, si distingue
nel destreggiarsi con le corde in modo davvero stupefacente.
Di accompagnamento è anche il tradizionale "cajon"
percussione sulla quale ci si siede, ed un insolito flauto
traverso perfetto nell'arricchire il tutto di melodia e musicalità.
COME MATADORES NELL'ARENA - L'esibizione dei ballerini, tre
donne ed un uomo si è svolta secondo i canoni di un
rituale che affonda le radici nella tradizione spagnola. A
turno, sotto lo sguardo dei colleghi e degli spettatori in
platea, ogni ballerino dava dimostrazione del suo valore.
Lo sguardo serio, superbo rappresenta il vissuto interiore
del dramma, il valore della "honra" (onore), il
coraggio di chi da prova di sè e dei suoi sentimenti.
Ed il corpo invece, esprime un connubio di eleganza e sensualità,
evidenziato soprattutto dal fascino dei movimenti delle mani,
studiati con precisione.
I volteggi delle gonne colorate dei molteplici abiti indossati
dalle ballerine sembrano lottare in un crescendo di frenesia
musicale, stessa tensione che durante le corride culmina con
l'uccisione del toro, compimento dell'armoniosa danza del
torero con "el capote" (soprabito fucsia usato per
ingannare il toro).
La bravura e l'esperienza dell'unico ballerino, Juan Parra
Moron, si è distinta.
La grazia con cui reggeva la giacca all'inizio della sua esibizione
testimonia l'incredibile eleganza che lo ha accompagnato in
ogni suo più piccolo movimento. Si è dimostrato,
inoltre, esperto e preciso musicista, privilegio e prerogativa
dei ballerini di flamenco, che fanno dei loro piedi, dei tacchi
delle loro scarpe percussione vivente.
di Sara Malacrida
http://www.milanodabere.it/articolo_1658/espejismos_del_sur.html
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Notte Swing al Teatro delle
Erbe di Milano
di Sabrina Falzone il Martedi, 16 di Gennaio del 2007 (13:57:01)
Topic: Arte e Cultura
Omaggio di Franco Cerri al Re del Swing.
L’evento speciale a base di Swing è stato organizzato
dall’Associazione Culturale Felix Company, fondata dal
direttore artistico Felice Latronico nel 1996 con l’intento
di promuovere l’arte teatrale e lo spettacolo in tutte
le sue forme. Per l’occasione, l’associazione
si è avvalsa della collaborazione di Mimmo Pedrini
per l’apparato audio-tecnico.
Il Teatro delle Erbe di Milano è stata la sede prescelta
per il concerto del Nicola Arigliano Quintet, esibitosi la
sera del 14 gennaio. Un pubblico piuttosto eterogeneo ha affollato
la platea, ma quel che fa riflettere è la presenza
di moltissimi giovani, accaniti fan del Maestro ultraottantenne.
Non è la prima volta che un cospicuo nucleo di ragazzi
gremiscano gli ambienti adibiti all’esecuzione concertistica
del nostro Italian Crooner: resta, infatti, memorabile il
recente concerto bergamasco del Gruppo, che ha coinvolto più
di cinquemila persone, in maggioranza giovani.
Tra le motivazioni alla base di una simile ammirazione giovanile
concorre, senza dubbio, la popolarità internazionale
di Nicola Arigliano (si suole ricordarlo nella réclame
del Digestivo Antonetto che ha accompagnato gli italiani per
oltre un decennio televisivo) e, non di meno, l’incredibile
fruibilità del repertorio musicale ariglianesco, che
spazia dallo swing italiano a quello americano degli anni
Trenta, Quaranta, Cinquanta e Sessanta.
La serata di domenica è così trascorsa all’insegna
di note e ritmi swing, colorati di scherzo e ironia, grazie
alla teatralità storica di Nicola Arigliano, abilmente
affiancata dal carisma di Umberto Trinca, il responsabile
della band, che ha fatto da vivace contraltare alle battute
e ai colpi di scena dell’indiscusso Re del Swing.
Il Gruppo jazzistico ha mostrato ampia capacità di
adattamento ad innumerevoli atmosfere musicali, eseguendo,
peraltro, un'interminabile serie di bis su richiesta del pubblico.
Ottima la performance del nuovo batterista Santi Isgrò,
un medico e un musicista dotato di grande energia e professionalità,
esibitosi per la prima volta con l’ormai consolidato
quintetto, di cui ricordiamo anche gli altri componenti: Frank
Antonucci alla chitarra, Angelo Rosi al contrabbasso e il
brillantissimo - come sempre - Umberto Trinca alla fisarmonica,
apprezzato dai giornalisti presenti in sala come l’erede
di Gorni Kramer per la sua sapiente interpretazione melodico-espressiva.
Da non dimenticare l’omaggio di Franco Cerri a Nicola
Arigliano, al quale è legato da una lunga e duratura
amicizia, che ha raggiunto il Teatro delle Erbe per rendere
onore all'indiscusso Maestro del Swing.
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Evento speciale:
Nicola Arigliano al Teatro delle Erbe
Domenica 14 gennaio, nel pieno centro di Milano una folla plaudente
e festosa ha acclamato Nicola Arigliano , salito sul palco del
Teatro delle Erbe di Milano con berretto e giacca in pelle nera,
come fosse un rocker d’altri tempi. Intorno aveva una
band composta da ottimi musicisti: il giovane Umberto Trinca
alla fisarmonica, che ha presentato i brani e osannato il cantante,
dimostrandogli stima e affetto. Frank Antonucci alla chitarra,
Angelo Rosi al contrabbasso e Santi Isgrò alla batteria.
Hanno accompagnato la voce di un cantante che dichiara 78
anni, deve averne almeno 83 ma ne dimostra 50. La sua non
è solo la carica di chi, dopo alcuni decenni di oscuramento,
ritrova all’improvviso il successo e perfino una fama
nuova di zecca: è davvero un personaggio tutto particolare,
allegro e sardonico. Sul palco sgrida chi non suona perfettamente,
‘troppo forte quei tamburi, usa le spazzole, non senti
che parliamo di donne?!’ rimbrotta al batterista. E
se il fido chitarrista gli gira le pagine dello spartito,
lui prende i fogli e li getta a terra, getta il microfono
a terra, poi il cappello e ride in faccia a Frank Antonucci,
che raccoglie tutto senza fare una piega.
Intanto Arigliano canta con voce sempre più vellutata
e ben intonata canzoni che fanno sognare, ridere e provocano
assalti di nostalgia a chi ha nella mente ricordi di tempi
scomparsi nel nulla. Satchmo , Il pinguino innamorato , Maramao
, Ho un sassolino nella scarpa , Quel motivetto che mi piace
tanto , Amorevole sono brani che si srotolano fra applausi
sempre più forti e duraturi, mentre il pubblico lancia
grida di consenso e richieste di canzoni particolari. Così
arrivano Marilù, Donna, Colpevole e I sing amore. Dopo
Arrivederci sembra che il teatro debba crollare dagli applausi
e Nicola Arigliano, che aveva già salutato con una
standing ovation, si risiede, canta Mackie Masser e conclude
con Baby kiss me . Un vero trionfo di swing e simpatia. |
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